VI.

Io ho spesso orrore di questa crudele passione che mi trascina a risuscitare dal mio passato tante immagini dolorose, e rimescolare tanta tristezza, tanto fango, tanta miseria di cui la sorte volle contaminare le cose più pure, le più sante, le più care della mia vita. Io credo d'essere malato, un poco toccato forse, perchè il piacere che mi dà questo fantasticare so bene che non è cosa naturale, ma è il prodotto di un vizioso pervertimento della ragione, un male che confina con la pazzia. Infatti chi può godere a riaprire con le proprie mani una ferita già chiusa, e a spargerla poi d'aceto perchè il dolore straziante mai non si plachi un momento? Io non ho nessuna colpa da espiare, non posso desiderare la tortura per rigenerarmi, e questa mia crudeltà se si rivolge contro me stesso è ingiusta e vana, ed è triste se si rivolge contro coloro di cui parlo. No: le creature che più ho amato, in cui più confidavo, non hanno saputo darmi alcun bene. Erano per me la personificazione della gioia, della purità, della bellezza, e hanno creato dolore, vergogna, bruttura. Pure esse hanno seguito il loro destino, che era infame così come era disgraziato il mio.

Mia sorella Silvina (è di lei che parlo, di lei piccola sorella mia, triste immagine di mia madre, triste immagine di me stesso) passava la massima parte delle sue giornate nell'inerzia più vuota ad aspettare Silvio. Amava Silvio, Silvina? Voglio credere che lo amasse. Ella si lasciava accarezzare da lui. Era timida, sottomessa, paziente. Come avrebbe potuto essere così docile, così mite, se non lo avesse amato? Silvina amava Silvio, perchè Silvio in ogni suo pensiero, in ogni sua parola, poneva Silvina ad una grande altezza sopra tutte le cose, incominciando da sè stesso, che non si stancava mai di umiliare dinnanzi a lei.

— Il mio posto, le diceva, è ai tuoi piedi. Ti vedo come sopra un trono, tu regina, io tuo schiavo. E le diceva: — Come sei bella, Silvina! Che capelli morbidi, fluidi, dorati! E sono miei, soltanto miei! Io solo li tocco, io solo vi affondo le mani, li sento scorrere tra le mie dita, li accarezzo, li bacio! E le diceva anche: — Come ammiro, Silvina, la forza del tuo carattere, il tuo coraggio, la tua volontà, la chiarezza dei tuoi pensieri! Non sai quanto le altre donne siano deboli, timorose, volubili, sciocche? E infine le diceva: — Tu mi guiderai ed io ti seguirò, sarò la tua forza materiale, quella che manca alla grazia del tuo corpo, alla fragilità del tuo sesso....

E Silvina lo stimava un uomo debole, ma dotato d'una intelligenza superiore. Lo trovava bello, pieno di delicate premure, modesto, e cieco d'amore per lei. Ma le ore erano lente a passare, e Silvina aspettava con impazienza il giorno in cui avrebbe potuto lasciare quella miserabile stanza, in quella miserabile casa, la compagnia insoffribile di quelle masserizie troppo usate, troppo umili, quella grigia uggiosa veduta di coperchi di case, quella distesa di tetti tutti uguali che Silvio invano cercava di abbellire con la sua fervida immaginazione. Ella non osava affrettare questo giorno tanto desiderato, perchè voleva potersi vantare poi di aver fermamente sopportato, per amore, giorni tristi, ore difficili e lamentevoli, il pericolo d'una esistenza scolorita, tutta solitudine, malinconia, rinunzie, privazioni, e persino lo spettro sinistro della miseria e della fame. Bisognava essere un'eroina per affrontare simili eventi, e Silvina se ne vantava già in cuor suo, e pensava che Silvio poteva bene gloriarsi di lei, perchè non tutte le donne sarebbero state capaci di tanto. Per consolarsi, per consolarsi un poco, e anche per piacergli sempre più, per non perdere nulla del suo fascino, ella si pettinava con cura; si incipriava bene bene, si cambiava sempre quei due abiti che aveva portati con sè e si metteva al collo la collana con lo smeraldo che Silvio trovava bellissima. Così, come faceva in casa nostra, anche lassù al settimo piano di quella casa, Silvina passava lunghe ore allo specchio, e sognava gioielli e vesti splendide, con scollature e strascichi, ventagli di piume magnifiche, e nei capelli un diadema.

Il padre e la madre di Silvio erano molto ricchi e non avevano altro figlio che lui. Essi possedevano una grande villa con un grandissimo parco alle porte della città; avevano carrozze, cavalli, servitori in gran numero, ed erano anche molto vecchi. Silvio avrebbe cercato di lavorare, poi si sarebbe stancato. Si sarebbe stancato di quella vita miserabile, di abitare al settimo piano d'una brutta casa, di mangiare poco e mai cose ghiotte, di addormentarsi al lume di una candela, di andare in giro con abiti consumati, e infine di sciupare così la bellezza di Silvina sua, senza che potesse risplendere in alcun modo. Allora le sue manie di libertà, d'indipendenza, sarebbero svanite, ed egli avrebbe pensato di riavvicinarsi alla sua famiglia, avrebbe scritto una lunga lettera al suo signor padre, nella quale gli avrebbe chiesto perdono e si sarebbe esteso assai nel celebrare la grazia, la beltà, la fine educazione, il nobile animo e l'amore di Silvina, pregandolo in ultimo di accoglierla come figlia in casa sua e di benedire la loro felice unione. Poi pensava, Silvina, che Silvio le aveva dipinto suo padre come un uomo di vecchio stampo, rigido nei suoi principi, autoritario e violento... Allora la sua fantasia prendeva il volo per cieli meno sereni, e con freddo cinismo immaginava che, essendo tanto vecchi, il padre e la madre di Silvio avrebbero potuto presto morire, forse erano già morti; la loro carrozza avrebbe potuto rovesciarsi nel fiume mentre facevano la loro passeggiata la sera, o dei ladri, aggredendoli nel parco, avrebbero potuto ucciderli; e così, ogni ostacolo sarebbe scomparso d'un tratto, ed ella, con Silvio, sarebbero andati ad abitare in quella bella villa, avrebbero avuto quelle belle carrozze e quei bei cavalli, tutti quei servitori, e di tutto quanto la padrona era lei.

Ma Silvio, per mezzo di una vecchia nutrice, aveva potuto sottrarre da casa sua alcuni oggetti preziosi suoi personali che nella fretta di fuggire non era riuscito a portare con sè. Rimpinguò così il suo tesoro, che già era esausto, e riprese coraggio nella fiducia incrollabile che l'aiuto da tutti promesso con tanto slancio sarebbe infine venuto a rischiarargli durevolmente la via. Erano già tre mesi che Silvio e Silvina vivevano insieme. Egli s'era fatti alcuni amici, non si sa dove pescati, poichè veramente Silvio non frequentava nessuna speciale categoria di persone, ma tutta gente che incontrava per caso nel suo continuo peregrinare in cerca di lavoro. Egli passava la maggior parte del suo tempo, quando non era con Silvina, da un caffè all'altro, e con pretesti d'ogni genere cercava di entrare in discorso con i suoi vicini di tavolino, interloquiva non richiesto della sua opinione nelle dispute più disparate; sempre nell'intento di dichiarare l'esser suo, di richiamare sopra di sè l'attenzione della fortuna, che può presentarsi sotto l'aspetto di una bella matrona con gli occhi bendati e in equilibrio sopra una ruota, ma può anche assumere le meno classiche sembianze di un commesso viaggiatore, di un diplomatico a riposo, di un vecchio signore vestito a lutto o di un avvocato molto versato in politica. E a tutti diceva alla fine, conducendo abilmente ogni conversazione a quel punto ch'egli non perdeva mai di vista:

— Eccomi qua: io non chiedo di meglio che lavorare. Io non ho falsi pudori, idee preconcette. Sono libero ecc. ecc. E poichè vestiva decentemente e non chiedeva mai un soldo in prestito, si comportava con educazione e riservatezza, era ottimista, di buon umore, simpatico, alla mano e parlava bene, tutti finivano per dire di lui: — Che bravo, che caro ragazzo! — e lo accettavano volentieri come compagno di ozi.

Appunto in uno dei tanti caffè di cui era cliente assiduo e noto, Silvio aveva conosciuto il principe Stroztki. Era un polacco, un diplomatico, dalla figura ridicola ma piena di razza. Aveva quarant'anni, vestiva con ricercatezza, gli piacevano le belle donne e componeva anche dei versi. Il principe portava sempre le mani inguantate di splendidi guanti bianchi e un cappello grigio chiaro di feltro finissimo. Sotto il cappello, divisa in due da una irreprensibile riga, brillava di profumati cosmetici una parrucca nerissima, purtroppo così falsa che, nascondendo la calvizie del cranio, rendeva più che mai evidente la calvizie, per così dire, del viso, che era gialliccio e senza l'ombra di un pelo in tutta la sua superficie.

— Ah, Silvio, disse un giorno il principe con accento di dolce rimprovero, io sono molto in collera con voi. Sì, molto molto in collera. Voi avete una graziosa amica, un'amica molto graziosa, mi dicono, e la tenete nascosta?

— Oh, principe, balbettò Silvio confuso, chi vi ha detto una cosa simile?

— Amico mio, rispose il principe, la violetta è un fiore che facilmente passa inosservato finchè non si colga. Ma quando si è colto e si porta all'occhiello?

— Voi volete burlarvi di me, signor principe, disse Silvio arrossendo. Io non ho nessuna viola all'occhiello.

— E se io stesso vi avessi veduto, invece, con una bellissima viola? ribattè il principe con malizia. Ditemi dunque, caro Silvio: non eravate mica voi, ieri sera, all'Alhambra, in compagnia di una donnina bionda, molto carina, molto elegante, con un bell'abito proprio viola e uno smeraldo al collo?

— Sì, sì, confessò Silvio sorridendo, ero io. Ma la signora che accompagnavo non era una piccola amica.

— Capisco, soggiunse il principe, è un segreto...

Silvio si fece coraggio e disse:

— Era mia moglie.

Il principe lo guardò per un attimo stupito, incredulo. Poi sorridendo, disse con galanteria:

— Ve ne faccio i miei complimenti... È una deliziosa creatura.

Silvio s'inchinò e rimase muto. Si sentiva intimamente orgoglioso di quella lode, che gli veniva da un così raffinato intenditore. Per una volta che aveva condotto Silvina in un luogo frequentato da gente elegante, illuminato sfarzosamente, adatto per far brillare la sua grazia, la sua leggiadria, la sua candida bellezza, subito era stata ammirata, per quanto non mancassero là dentro le donne avvenenti, giovani, belle, i ricchi abiti, le acconciature sfarzose.

— Non sarete mica geloso, caro Silvio, disse il principe, vedendolo silenzioso ed assorto.

— Oh, principe! esclamò Silvio con candore. Noi ci amiamo teneramente.

Rientrando in casa, Silvio si sentiva ebbro di gioia. Volava leggiero su per le scale, come se lo portasse il vento. Entrò d'impeto nella stanza e trovò Silvina che aveva colto un garofano rosso nel suo giardino e, civettando dinnanzi allo specchio, se lo stava allora appuntando tra i capelli. L'abbracciò, la coprì di baci, gridando:

— Amore, amore mio! Poi indietreggiò di due passi ed esclamò:

— È vero, è vero! Ed io sciocco che non ci avevo mai pensato! C'era una piccola viola nascosta: io l'ho colta. Ora come potrebbe più nascondersi? Il principe, l'amico mio, ha ragione!

— Tu conosci un principe? domandò Silvina senza distrarsi dallo specchio.

— Sicuro! esclamò Silvio. Stroztki: un vero principe.

— E chi è questa viola mammola? domandò Silvina con una punta d'ironia.

— Ma tu stessa! esclamò Silvio.

— Bella! disse Silvina. E dove mi ha veduta?

— Ieri sera, all'Alhambra! rispose Silvio. Mi ha domandato: — Chi era quella graziosa donnina così e così, biondina, vestita di viola, molto graziosa, molto elegante? Gli ho risposto: — Mia moglie!

— Mio Dio! disse Silvina, come ha potuto trovarmi elegante? Con questo vestitino viola, così sciupato?...

Silvio rise allegramente e le chiuse la bocca con un bacio.

— Ah, non sai! le sussurrò all'orecchio, non sai che già muoio di gelosia?

Fu quello uno degli ultimi baci che Silvio dette a Silvina.

Finì l'estate. In uno dei primi giorni di novembre Silvio incominciò a tossire e si ammalò con una febbre altissima. Il medico chiamato in gran fretta stimò che convenisse trasportarlo all'ospedale, dove, curato energicamente, avrebbe potuto in pochi giorni guarire. Egli sopportò con rassegnazione questa dura prova, e, consegnato a Silvina il suo magro tesoro, l'abbracciò piangendo e si lasciò trasportare.

Nei nostri paesi l'autunno è brevissimo. L'inverno succede all'estate quasi senza intervallo, in pochi giorni gli alberi si spogliano, una settimana di piogge torrenziali lava la terra e la prepara pulita ad accogliere il candido mantello che subito la ricopre. Così per lunghi mesi, fino ai primi germogli di primavera, essa rimane immobile come morta sotto un cielo anch'esso immobilmente grigio. Soltanto i passeri (chi non lo ha notato)? conservano nell'universale tristezza il loro buon umore salterino e ciarliero. Chi vive in campagna può ancora trovare un conforto ai sensi mortificati, poichè se l'inverno non ha i colori vividi e festosi della primavera, nè il tepore oppiato dei grandi meriggi estivi, nè lo splendore delle belle notti d'autunno, offre almeno all'immaginazione scheletri nudi e immensi spazi candidi che essa può rivestire e dipingere delle più consolanti e promettenti visioni. Ma nelle città gli uomini infreddoliti si sentono abbandonati da Dio nello squallore delle loro opere di fango e di pietra; senza l'oro del sole, senza l'azzurro del cielo, senza il verde dei giardini, vedono quanto siano pesanti e lugubri le loro più ammirevoli architetture, e, curvando il capo sfiduciati sotto il peso della solitudine e della malinconia, non sanno concepire se non dolorosi pensieri.

Rimasta sola e triste, poichè ebbero portato via Silvio con la barella, Silvina non aveva per difendersi dal freddo se non quei due vestiti di seta leggera. Non c'era nè stufa nè camino dove accendere il fuoco. Affacciarsi all'abbaino era da piangere, a veder le nuvole gonfie rotolare sui tetti neri e paurosamente deserti. Per l'appunto pioveva. Le gronde facevano una musica funebre gocciolando gocciolando con esasperante monotonia, sempre lo stesso suono e la stessa pausa, senza sostare un momento. Nel ronzio continuo della pioggia sul tetto, i più piccoli rumori, i più lontani, diventavano sordi tonfi, cupi boati, stridori infernali, e pareva che nel corridoio buio e deserto, nei solai disabitati, si muovessero catene e rimbombassero martelli, e passassero in fuga torme di animali infuriati. Le vecchie suppellettili scricchiolavano tutte con lunghi gemiti, come se spiriti imprigionati nelle loro membra di legno tarlato e inchiodato si torcessero spasimando per liberarsene. Alla porta poi era un ininterrotto bussare, un bisbiglio di voci soffocate, un avvicinarsi e allontanarsi di passi cauti, un provare e riprovare chiavi alla serratura, un lavorio affaccendato di mani ladre lungo i battenti, intorno ai cardini, che non finiva mai. E Silvina se ne stava raccolta in un angolo, con tutti e due i suoi vestiti addosso, le mani inguantate, lo smeraldo al collo, parata e immobile come una madonna di cera. A denti stretti ella cercava di vincere il tremito convulso del freddo e tener sveglia la ragione che tanti brutti pensieri cercavano di ottenebrare. Credo che rivedesse allora il nostro gran focolare, dove tutti noi, raccolti in cerchio dinnanzi ai bei ciocchi ardenti, le sere d'inverno facevamo scoppiar le castagne spingendole con le molle bene in mezzo alla brace; e poi, quando erano scoppiate, e la polpa bianca incominciava a rosolarsi, le pescavamo dalla cenere, facendole saltar sulle dita e soffiando a gote piene, finchè non erano intiepidite. Allora, sbucciate e fattene tante piccole focacce, ce le imboccavamo l'un l'altro ridendo con buffi oremus, laudamus e deo gratias. Certo rivedeva mia madre quando, posando sulla sua fronte il bacio della buona notte, le rimboccava calde calde intorno al collo le morbide coltri del suo buon lettuccio, dove era cresciuta e aveva dormito tanti bei sonni tranquilli. Ma quando al di là dell'abbaino la luce scialba invernale incominciò a scemare e dagli angoli si diffusero nella stanza le ombre nere di quella prima sera di solitudine, Silvina si alzò, aprì l'uscio, attraversò il corridoio, scese correndo tre capi di scale, e senza esitare bussò alla prima porta che le si parò dinnanzi.