VII.

Madama Humbert abitava appunto al terzo piano di quella casa con le sue sette nipoti e con Loreto Re del Portogal. Ogni volta che Silvina scendeva o saliva le scale, la trovava sull'uscio del suo appartamento e doveva rispondere con un inchino al suo saluto. Non s'eran mai scambiate altre parole che: — Buon giorno! Buona sera! — Ma i sorrisi di madama Humbert erano affettuosi inviti ad un'intimità più profonda. Madama Humbert era una distinta signora, che vestiva sempre di nero. Intorno al suo collo portava sempre annodata una trina nera, e il suo aspetto era quello di un'onesta vedova che offrisse alla memoria ormai lontana del suo sposo il tributo modesto sì ma spontaneo di quegli abiti sempre sempre neri. Dalla cintola in su ella era di una magrezza quasi deforme; e il suo collo lungo e sottile pareva dovesse da un momento all'altro piegarsi stanco sotto il peso del capo, che era rotondo e piatto, con un viso tutto naso e bocca, dove gli occhi, privi di sopracciglia, sembravano due forellini neri. I suoi capelli erano di un grigio rossastro e radi, e tutti tirati a formare sul cucuzzolo un ciuffo di peli arsicci, tenuto fermo da un pettine. Sotto la cintola poi il suo corpo s'arrotondava in un ventre enorme, ch'era una specie di mostruosa montagna su cui ella teneva sempre incrociate le mani.

Aveva da poco finito di cenare e, sdraiata sulla poltrona, dove le piaceva riposare dopo i pasti, madama Humbert guardava amorosamente Loreto che si stava appisolando. E vedendo le sue palpebre leggiere come un velo di seta cadere e rialzarsi sulle indecise pupille annebbiate dal sonno, pensava con tenerezza come Loreto rassomigliasse tutto a un cristiano. Le sette nipoti di madama Humbert, tutte fiorenti e giovani, erano mollemente sdraiate sui tre divani intorno intorno al salotto. Ai colpi che improvvisamente risuonarono contro la porta, chi pisolava si svegliò, chi sbadigliava stirò le belle membra elastiche con un miagolio di gatto, e chi guardava distrattamente le rose del soffitto voltò gli occhi dalla parte dell'uscio e aspettò. Soltanto Loreto, cavato il capo di sotto l'ala dove l'aveva allora riposto, e purgatosi in fretta, disse con un sospiro:

— Lo zio, lo zio, lo zio!

Madama Humbert si alzò e a piccoli passi si diresse verso la porta, che poi aprì lentamente.

Allora nella penombra della scala apparve, bianca, Silvina. Ella piegò seria la fronte, passando dinnanzi a madama Humbert che s'era fatta da parte per lasciarla entrare, e poi le domandò guardandola fissamente negli occhi:

— Non la disturbo, signora?

Madama Humbert ridendo e scrollando il capo la prese per le mani e la condusse in salotto, e, mentre le sue sette nipoti s'alzavano in piedi, ella la fece sedere nella sua poltrona, le spinse sotto i piedi un cuscino e accarezzandola con occhiate amorose:

— Signora, le disse, cara, cara! A che si dovrà quest'onore?

Poi, senza attendere una risposta, presentò le sette ragazze che s'inchinarono graziosamente una per una, e Silvina udì dei nomi come Odette, Frufrù, Mimì, Manon, Lulù.

Quindi, levati gli occhi su Loreto, madama Humbert disse con tenerezza:

— E questo, questo cocco di Dio, è Loreto mio bello...

Loreto squadrò con disprezzo Silvina, si gonfiò di disgusto, torse sdegnoso il capo per non vederla. Ma madama Humbert si sedette di fronte a lei e, riposte le mani sulla prominenza del ventre, la contemplò beata, e disse:

— Chi avrebbe potuto sperare nel piacere di una sua visita, cara signora? Aspettavamo lo zio Stanislao. Ma è tanto tempo che desideravo conoscerla... Tanto! Tanto!

— Lei, soggiunse Silvina, è stata così buona con Silvio... Era mio dovere ringraziarla di quanto ha fatto per lui.

— Oh! cara! esclamò madama Humbert abbassando gli occhi modestamente. Vuol parlare della coperta di lana? Ma i malati di febbre bisogna coprirli bene, bisogna farli sudare! Io immaginavo che una grossa coperta imbottita potesse esserle utile. Lei, signora, non avrebbe fatto altrettanto per me? Ma io la chiamo sempre: signora! Mi sembra così strano. È tanto giovane, tanto piccina... Non è che una bambina, lei!

Toccò a Silvina questa volta abbassare il capo modestamente. E lo abbassò sorridendo, perchè temeva di arrossire. Ma già madama Humbert aveva composto il viso nella più profonda mestizia e diceva con sospiro:

— E ora come la compiango, poverina, che è rimasta così sola, senza il suo Silvio! Chi sa come le sembrerà triste non averlo più vicino! Anche una meno giovane di lei, si sentirebbe perduta, poichè per noi, povere donne, tutto è l'abitudine. Lei poi immagino quanto ne soffrirà...

— Certo mi dà un po' di pena, disse Silvina esitando, come se questa confessione le costasse assai cara. E soggiunse con un sorriso: — Passerà... Non mi perdo d'animo...

Silvina gettava qua e là sguardi discreti, ma penetranti, su quello strano parentado di madama Humbert. Nessuna di quelle ragazze somigliava all'altra, e se Lulù era bruna e snella, Manon era grassa, piccola e bionda. Fosse Mimì fosse Odette, una ce n'era che aveva passati almeno i trent'anni, di taglio maschile, muscolosa, quadrata. Frufrù invece aveva l'aspetto di una bambina esile, magra, con i capelli ancora giù per le spalle, occhi chiari, bocca innocente, mentre Fanny era fulva e maliziosa come una volpe. Chi vestiva di verde, chi di rosso, chi di giallo, abiti delle fogge più disparate. Una delle due più giovani mostrava dal sottanino corto lunghe calze di seta nera. Odette invece aveva i polpacci nudi e ai piedi portava calzettini bianchi e scarpette bianche, di raso. Manon aveva i capelli tutti ondulati, con un gran fiocco di nastro sulla tempia. Dalle trecce lisce e attorcigliate di Mimì ciondolava invece una rosa. Soltanto l'orrore del caldo era a tutte comune, quantunque la stufa non diffondesse che un discreto tepore; poichè chi non aveva le braccia nude e la gola scoperta, portava abiti tanto leggieri che parevano di velo.

— Così, concluse madama Humbert un suo lungo discorso che Silvina aveva ascoltato appena, quando il mio terzo marito mi lasciò per salire nella grazia di Dio, io mi ridussi a vivere qui con queste mie ragazze. Noi non riceviamo visite se non di persone di conoscenza, intime e fedeli, perchè il mondo oggi è pieno di villani e di ladri.

Madama Humbert era giunta a questa amara conclusione, quando di nuovo alcuni colpi furon bussati alla porta. Allora di nuovo ella si alzò, andò ad aprire, e, salutato dai festosi strombettii di Loreto, entrò finalmente l'atteso zio Stanislao. Questo signore mi sembra che lo abbiamo già conosciuto, per quanto nessuno di noi conosca propriamente uno zio Stanislao. È un uomo di circa quaranta anni, tutto sbarbato, con un bel parrucchino nero diviso in due da una perfetta scriminatura, vestito con eleganza, e di modi garbati.

Egli ha molto da fare a baciare una per una, chi sul collo chi sulla gota, le sue sette nipoti; ma alla fine si inchina dinnanzi a Silvina, posa con galanteria le labbra sulla sua mano, e attentamente la scruta. Sembra che cerchi qualche somiglianza nella sua memoria, qualche ricordo che per il momento gli sfugge. Quindi con un gesto vago allontana questo pensiero, come per dire: — Verrà più tardi da sè. E mollemente si adagia sul divano, fra la matura Odette e Manon, la più acerba, come fra due cuscini. Ma i suoi occhi si riposano su Silvina.

— Ne ero sicuro! esclama ad un tratto, battendosi la mano sulla fronte. All'Alhambra, qualche sera fa, mi ricordo perfettamente d'averla veduta! Non era lei, domanda premuroso a Silvina, alcune sere fa all'Alhambra, in compagnia di un giovane di nome Silvio? E come Silvina accennava di sì col capo, soggiunse: — Non riuscivo a ricordarmi, ma quello smeraldo che ella porta al collo m'ha messo sulla buona strada...

— Anche la mia povera sorella, disse malinconicamente una delle ragazze, aveva una collana con uno smeraldo simile a quello...

— E che ne è di Silvio? domandò lo zio Stanislao.

— Poverino, rispose pronta madama Humbert, lo hanno portato oggi all'ospedale.

Lo zio Stanislao ha un moto di doloroso stupore e guarda attentamente Silvina. Sembra che voglia ora rivolgerle una domanda indiscreta, e infatti pensa fra sè:

— Questa donnina non può essere la moglie di quel ragazzo. Che moglie volete che sia? Ha tutta l'aria di un passerino sperduto, che Silvio ha raccolto chi sa dove.

E Silvina pensa a sua volta:

— Tutti mi hanno ammirata quella sera all'Alhambra. Non soltanto il principe, ma anche quest'altro amico di Silvio.

Silvina sostiene per un attimo con fermezza lo sguardo languido che lo zio Stanislao posa su lei, poi abbassa gli occhi, per lasciarsi liberamente guardare.

— Povero Silvio! dice alfine lo zio. Come mai all'ospedale?

— Con una gran febbre, soggiunge pronta madama Humbert. Povera signora! È rimasta sola...

E segue un lungo silenzio.

Lo zio Stanislao avrebbe voluto compiangere Silvina per l'ingrata sorte di Silvio, ma Odette s'era alzata, e, presolo per le mani, lo tirò su dal divano, e lo trascinò impetuosamente fuori del salotto. Poco dopo, nella stanza vicina, s'udirono due o tre accordi di pianoforte, e la voce di Odette incominciò a cantare:

Vous dansez, Marquise,

d'un pied sì leger....

Era un'innocente gavotte. Madama Humbert si curvò verso Silvina e le sussurrò:

— Lo zio Stanislao le insegna un po' di musica ogni sera... Odette ha tanta inclinazione!

Poi si raccolse in ascolto, e non si mosse più.

Silvina rimase silenziosa. Ora c'era una ragione di tacere, e se ne rallegrò in cuor suo.

La fleur est sans grace

certes auprès de vous....

Delle sei ragazze rimaste nel salotto una se n'era alzata dal divano dove stava sdraiata, per andarsi a sedere accanto a Silvina, sopra uno sgabello. Silvina non sapeva se fosse Manon o Lulù, o proprio quella il cui nome le era sfuggito. Ma spesso, volgendo il capo, ella incontrava i suoi occhi che la guardavano e la sua bocca che le sorrideva. E lo strano era che mentre le sue labbra le sorridevano dolcemente, i suoi occhi continuavano a fissarla immobili, inespressivi. Erano occhi grandissimi e belli, ma senza splendore, e distratti finchè vagavano qua e là in cerca di un punto dove posarsi. Poi, quando finalmente si eran posati, una fissità meravigliata li dilatava, e rimanevano così, fermi, senz'anima. Il suo viso giovane terminava in un mento aguzzo che ne sciupava l'ovale, e tradiva più che mai la larghezza della bocca leggermente tumida, tinta di un rosso scarlatto. Soltanto i suoi capelli erano veramente belli, ammassati in grosse trecce pesanti nerissime, con tanti riflessi azzurri.

La voce di Odette era una bella voce squillante. Ma Silvina non amava la musica. I suoi occhi si posarono un poco più a lungo sulla sua vicina. Allora quella accostò ancora più a lei il suo sgabello, e sottovoce le disse:

— La mia povera sorella aveva una collana proprio come la tua, con uno smeraldo tale e quale. Ma un giorno la smarrì e non fu mai più ritrovata...

Tacque un momento, sorrise a Silvina che l'ascoltava benevolmente, e continuò:

— La mia povera sorella aveva tante gioie, che furono tutte vendute dopo la sua morte. È morta giovane, mia sorella. Si è uccisa. Aveva tante altre collane con zaffiri e brillanti, diademi di perle, anelli e braccialetti d'oro. Era molto bella e tutti le facevano regali. Ma noi, qui! Non ci regala niente nessuno...

Esitò un momento. Poi le domandò:

— Tu non hai sorelle?

Silvina rispose:

— No, nessuna.

La gavotta in quel punto diceva:

Voyez comme on danse

la main dans la main.

Allons en cadence

Jousqu' au doux hymen!

La voce dello zio Stanislao, un po' rauca e stonata, s'era unita d'un tratto alla voce d'Odette. Gli ultimi due versi della strofe furono cantati con impeto, e il ritornello finale fu suonato di galoppo, senza accompagnamento di voci. Poi regnò nella stanza vicina un silenzio profondo, che nessun percettibile rumore turbò per un pezzo.

Madama Humbert domandò a Silvina:

— Non avrà paura, signora, a passare sola la notte lassù?

Silvina sorrise. Veramente non si sentiva punto coraggio. Avrebbe preferito rimanere tutta la notte seduta in quella poltrona, anzichè coricarsi nel suo letto sola, lassù, in quella stanza isolata sotto i solai. Ma come fare? Quella debolezza la riempiva di vergogna. Non avrebbe osato confessarla a nessuno. Disse:

— Cercherò di farmi coraggio...

Incontrò nuovamente gli occhi della ragazza seduta accanto a lei, e le parvero, nella loro immobilità, pietosi. Ripetè:

— Mi farò coraggio...

E si alzò per andarsene. Ma allora anche quella si alzò, e, presale una mano, gliela accarezzò.

— Perchè non rimani a dormire con me? chiese timidamente. Anch'io a dormir sola ho sempre tanta paura.

Silvina rifiutò con un cenno del capo. Ma poi anche madama Humbert la pregò tanto, che alfine non seppe più negare a sè stessa la gioia di sottrarsi alla solitudine dolorosa di quella notte.

Disse:

— Per questa notte soltanto...

E, fatto un inchino a madama, si lasciò condurre per mano.