XI.

Quando Silvina si destò, e il giorno era già alto, vide curvo sopra di sè il viso sorridente di Silvio che la guardava con amore fra un gran fascio di rose bianche.

— La felicità ti accompagni sempre! le disse Silvio, poichè la vide aprire gli occhi; e, posando accanto a lei le rose, la baciò sulla fronte.

— Sono per me? domandò Silvina ancora mezzo assonnata.

— Per te! per te!

Silvina le odorò e, sollevandosi sul gomito, ormai completamente sveglia guardò Silvio stupefatta. Egli indossava un soprabito di lana verde, con colletto di pelle di lupo e risvolti di velluto nero, e in capo aveva un berretto di lontra, nero e lucido, che gli copriva anche le orecchie. Alle mani portava un paio di grossi guanti di lana grigia, e tutti quegli indumenti avevano un odore di nuovo, come tutte le cose appena uscite di bottega.

— Ti piace? le domandò Silvio, girando sui talloni perchè ella potesse ammirare da ogni parte il suo pastrano. Quindi lo sbottonò e, rovesciandolo, le mostrò la fodera morbida e spessa di flanella scozzese.

— Sarà bene, disse Silvio con la più grande naturalezza, che noi cerchiamo oggi anche per te un mantello o un soprabito caldo caldo come questo. L'inverno di quest'anno è veramente troppo freddo, e le malattie sono un'orrenda sciagura.

— Ma come hai potuto spendere tanto denaro? domandò Silvina meravigliata.

Silvio le voltò le spalle e, andando verso il fondo della stanza, rispose:

— Mi hanno pagato un debito, che un tale aveva con me.

Silvina era uscita dal letto. Silvio si levò presto di pastrano e glielo infilò, avvolgendola tutta, che tremava seminuda, in quella lana tepida e pesante.

— Ci stai bene? le domandò sorridendo.

E Silvina, per tutta risposta, cercò d'allungare le braccia che si perdevano nelle immense maniche del pastrano e gliele gettò al collo, giuliva.

— Come poco basterebbe per essere felici! esclamò tenendosi appesa al suo collo e accarezzandolo con uno sguardo pieno di candida malizia. Mi giuri che non mi farai più soffrire?

E Silvio glielo giurò, con un bacio. Ma mentre, scherzando, la faceva saltare qua e là per la stanza tenendola sollevata fra le braccia come una bambina piccina, pensava in cuor suo con tristezza che veramente di poco si potrebbe esser felici; ma è appunto quel poco che manca sempre alla felicità di tutti, compresi i più fortunati e i meno esigenti. Così, senza volere, egli trascinò Silvina in prossimità del tavolo, e vedendo quei fiori che stavano in fresco entro il secchiello di legno, pensò che al loro posto si potevamo mettere le sue rose. Ma a metà di questo pensiero, così semplice e naturale, un altro ne sorse che lo colpì.

— E questi fiori, domandò a Silvina, questi fiori dove li hai presi?

Silvina aveva affondato il capo nel colletto di pelo di lupo, in modo che non ne spuntava che un occhio. Con quell'occhio lo guardò, e rispose inchinandosi:

— Me li ha offerti un amico...

— Un amico? chiese Silvio, corrugando la fronte. Quale amico?

— Un tuo amico, rispose Silvina, con un grande inchino, un tuo intimo amico. Il signor principe Stanislao Stroztki!

— Stroztki? domandò ancora Silvio, questa volta senza punto corruccio. E dove lo hai pescato?

— Veramente, rispose Silvina con voce insinuante, è il signor principe che ha pescato me...

Silvio mosse due o tre passi per la stanza e rise allegramente. — Il principe Stroztki, pensava, quel distinto imbecille! Guarda che strano caso!

— Ti avrà incontrata per via! esclamò poi sicuro d'indovinare.

— No, disse Silvina, è venuto qui a cercarmi...

— E perchè? domandò Silvio.

Silvina si tuffò nuovamente nel pelo di lupo e di laggiù rispose:

— Perchè, Silvio, ti vuol tanto bene!

Allora Silvio s'intenerì. Caro amico! Forse non lo aveva apprezzato abbastanza, in quei superficiali incontri da caffè. Ed è pur vero che spesso gli uomini più ridicoli nascondono i cuori più generosi.

— Ah, povero principe! esclamò Silvio convinto; lo ringrazierò con tutta l'anima mia.

Ma mentre formulava questa solenne promessa, i suoi occhi caddero sulla mantellina di talpa grigia che stava appesa a un piolo, e ricordandosi di averla veduta la sera innanzi sulle spalle di Silvina, si stupì di essersela poi fino a quel momento dimenticata.

— E questa mantellina? domandò con una vaga inquietudine nella voce. È di talpa... Dove l'hai presa?

— Oh! rispose Silvina dal vano dell'abbaino, senza staccare il viso dai vetri, è una piccola cosa... Me l'ha prestata un'amica.

— La principessa Stroztki? — domandò Silvio con ironia.

— No, caro, rispose Silvina immobile, nessuna principessa. Un'amica mia d'infanzia, ritrovata in questi giorni per caso.

Silvio scosse il capo e mormorò:

— Quanta gente, quanta gente nuova nella tua vita...

Allora Silvina si volse e, fissando sopra di lui uno sguardo acuto acuto, come uno spillo, gli si avvicinò di due passi, si tolse il pastrano e lo gettò ai suoi piedi con sgarbo.

— Ricordati, gli disse, scandendo una per una le sillabe, che senza tutta questa gente nuova non sarei ancora qui a sopportare le tue stupide inquisizioni. Nuove o vecchie, io sono libera di scegliere le mie amicizie, di ricevere i fiori che m'offrono, e di portare i vestiti, le pellicce, i cappelli che mi piacciono, e di fare e disfare il mondo intero a modo mio... Ed ora vattene, perchè sono annoiata di te.

A viso alto, sdegnata, ella si avviò verso il cassettone. Silvio in gran fretta, come se le parole di Silvina avessero suscitato in lui una viva collera, s'infilò il soprabito ed uscì.

Rimasta sola Silvina indossò il migliore dei suoi vestiti, e tranquillamente incominciò a pettinarsi. Da qualche giorno portava i capelli annodati alti sul capo, con solo due brevi riccioli che le ricadevano sulle tempie. Quella pettinatura le allungava graziosamente il viso e la faceva più alta di tutta la persona. Poi si incipriò le mani, le braccia, il collo, le gote; si tinse di nero gli occhi, di rosso le labbra e si contemplò soddisfatta. In quel medesimo istante alcuni colpi affrettati risonarono contro l'uscio e Soave entrò correndo.

— Silvina, disse concitata, non ne possiamo più! Tutta la notte non ha fatto che piangere, che smaniare. Credo che impazzirà, se tu non vieni a calmarlo...

— Ma non lo sapete dunque, gridò Silvina, non lo sapete che Silvio è tornato?

— Lo sappiamo, lo sappiamo, rispose Soave, e per questo appunto si dispera così.

— E perchè si dispera? domandò Silvina. Non sapeva anche lui che quando fosse ritornato Silvio tutto doveva finire tra noi?

Furono bussati altri colpi contro l'uscio, ed entrò correndo Odette:

— Per carità! disse ansando, non indugiate un minuto di più! Lo abbiamo ripreso per miracolo a metà delle scale. Veniva qui correndo come un indemoniato, e ora in quattro non riusciamo a tenerlo disteso sul letto.

— Silvina! supplicò Soave, giungendo le mani.

Allora Silvina prese una subita risoluzione, si buttò sulle spalle la mantellina e si precipitò nel corridoio.

Soave e Odette la seguirono. Scese di corsa le scale, esse trovarono madama Humbert sulla porta, tutta stralunata, col viso tutto in lacrime.

— Dov'è? chiese seccamente Silvina.

Madama Humbert la guidò correndo in fondo alla casa. Là, in una stanza semibuia, disteso bocconi sul letto, con le gambe e le braccia buttate una qua e una là, stava il principe Stroztki. Egli mordeva furiosamente il cuscino e ruggiva come un leone. Il parrucchino gli era volato chi sa dove, e nella penombra la sua testa tutta pelata sprigionava lampi gialli.

— Ebbene? gridò Silvina, scuotendolo violentemente per una spalla. Che cosa sono queste scene? Volete che io chiami Silvio, perchè veda in che modo vi riducete voi, quando amate una donna?

— Dov'è? dov'è? rantolò il principe, sollevandosi sul letto, guardando minaccioso tutto intorno.

Ma i suoi occhi s'incontrarono con gli occhi di Silvina, sfavillanti di sdegno e d'ira, e subito ammutolì.

— Scende le scale, rispose Silvina, ed ora sarà qui. Se vi piace d'esser ridicolo potete continuare a smaniare.

— Silvina, gemette il principe, mostrandole con un gesto disperato la sua persona, vedete fino a che punto? Non sono più un uomo. Sono un povero straccio. Silvina non mi ama più!

— Questo è delirio, disse Silvina. Silvina non vi ha mai amato.

— Ah! Silvina, gemette il principe, se lui non fosse mai ritornato, voi sareste stata sempre mia, non m'avreste trattato così. Fino a ieri siete stata buona con me, amorevole, piena di promesse. Mi diceste, proprio ieri, prima di lasciarmi: — Se sarete degno di me, sarò vostra per sempre!

— Ma oggi, disse solennemente Silvina, così come vi vedo, mi sembrate mille volte indegno di qualunque donna.

— Silvina, Silvina, gemette il principe, come siete crudele! Perchè indegno? Chi mi ha ridotto così? Basta una vostra parola, perchè io ritorni quello stesso di ieri.

Silvina non parlò.

— Una piccola elemosina di speranza, supplicò il principe. Che io possa almeno vedervi, parlarvi, adorarvi in silenzio, e attendere umilmente che il destino vi riconduca a me...

— Se voi foste savio! esclamò Silvina. Ma insensato a questo modo?

— Savio, savio! balbettò il principe illuminandosi d'un sorriso. E in furia si alzò, cercò di ricomporre i suoi abiti disordinati, si precipitò allo specchio, vide la sua testa pelata, cercò affannosamente la parrucca sopra e sotto il letto, se la calzò con destrezza dalla nuca alla fronte, riannodò la cravatta, e così, in sembianze più umane, si rivolse a Silvina e attese in silenzio una parola di perdono. Silvina lo guardò dalla testa ai piedi e disse:

— Così, Stanislao, potete sperare qualche cosa da me, e non piangendo come un bambino....

Egli le si avvicinò timido, le prese la punta di una mano e gliela baciò.

— Grazie, disse con un sospiro, voi mi ridate la vita.

Silvina gli volse le spalle ed uscì. Ritornata nella sua stanza, si guardò nello specchio, e rifece alcuni degli atteggiamenti corrucciati e minacciosi che avevano atterrito il principe Stanislao. Soddisfatta rise, e vedendo che al suo collo mancava la collana, andò a prenderla sul cassettone dove l'aveva posata la sera innanzi, prima di coricarsi. La cercò tra i fazzoletti e le bottiglie di profumi, sotto il cuscinetto appuntaspilli, dietro lo specchio, nel primo, nel secondo cassetto, ma con sua gran meraviglia non la trovò. Forse era caduta per terra. Ed ella scostò delle sedie, rimosse un paio di vecchie pantofole, s'inginocchiò, la cercò sotto i mobili. Ma la collana non c'era. Allora pensò con sgomento, che, essendosela appuntata in fretta prima di uscire dalla stanza, doveva averla perduta nel corridoio, o per le scale, o in casa di madama Humbert, durante quella scena col principe. A precipizio aprì l'uscio e mosse qualche passo nel corridoio. Ma il corridoio era troppo buio perchè ella potesse vedere la collana, se proprio l'aveva perduta in quel tratto. Allora rientrò in camera, accese la candela, e, curva, esaminò a palmo a palmo il corridoio in tutta la sua estensione. Ma la collana non c'era. Già presa da un principio di orgasmo, Silvina posò la candela in un angolo e fece le scale arrestandosi ad ogni scalino, scostando col piede i pezzi di carta che incontrava qua e là, senza nulla trovare. Bussò con forza alla porta di madama Humbert, dichiarò alla signora, che la guardò esterrefatta, la ragione di quell'improvviso ritorno, e madama Humbert chiamò a gran voce Soave e Odette che accorsero, e accorse anche il principe, e tutti in silenzio, mentre Loreto, sul poggiolo strombettava la sua canzone:

Loreto, lo reee!

Chi l'è che passa?

Lo re che va alla cacciaaaa...

Tacca trombetta!

Trrrr...

si misero a cercare la collana per tutte le stanze attraverso le quali era passata Silvina per giungere a quell'ultima stanza dove il principe Stanislao era stato rinchiuso. Furono sollevati tappeti, spostati mobili, rovesciate sedie; il letto in quella stanza fu tutto sfatto, e le lenzuola sbattute per ogni verso, e il principe, ginocchioni, frugò sotto tutti i mobili. Ma la collana non venne fuori.

Allora Silvina s'attaccò ad una speranza, e cioè che la collana fosse proprio là dove l'aveva posata la sera innanzi. Risalì a salti le scale, e preso il candeliere, che aveva posato sull'ultimo gradino, rifece il corridoio passo passo, e mentre se ne andava così curva, scrutando il pavimento, fu raggiunta da Silvio che rientrava in casa.

— Sai, gli disse Silvina con voce accorata, credo di aver perduta la mia bella collana...

— La collana dello smeraldo? domandò stupito Silvio.

— La collana, la collana! ripetè Silvina irritata. Quale vuoi che sia? Non ne ho centomila...

Il corridoio era finito. Silvina spense la candela, entrò nella stanza, e corse nuovamente al cassettone, e ricominciò a cercare. Vana speranza! Non c'era.

— Ma dove l'hai perduta? domandò Silvio.

— Se lo sapessi, sibilò Silvina, non farei tanta fatica a cercarla...

Di nuovo si mise in ginocchio a frugare sotto i mobili, e Silvio, inginocchiatosi accanto a lei, la seguiva in ogni movimento, in base al principio che quattro occhi vedono meglio di due. Poi il campo delle ricerche si estese, e dal cassettone si passò all'armadio, tutti i vestiti, che fortunatamente erano pochi, furono spiccati dagli attaccapanni e agitati come bandiere. E mentre Silvio diceva: — Vedrai che te l'hanno rubata! — Silvina rovesciò il letto, buttò all'aria lenzuola, coperte, cuscini e materasse, e poichè ormai non c'era più dove cercare, si lasciò cadere di traverso sul mucchio delle coltri disfatte e ruppe in un pianto disperato. Allora Silvio, smettendo anche lui l'inutile ricerca, andò, per consolarla, ad accarezzarle i capelli, e, affondata una mano in una delle ampie tasche del suo pastrano nuovo, ne trasse un cartoccio tutto fiorito e ricamato, e legato da un bel nastro rosa; e prendendo con due dita il mento di Silvina cercò ch'ella sollevasse il capo. E quando, dopo molte riluttanze, ella lo ebbe sollevato, Silvio le offrì quel cartoccio profumato, dicendole:

— Ti regalerò una collana più bella di quella, con uno zaffiro meraviglioso. Che serve ormai disperarsi? Vieni, piccina. Addolcisciti la bocca, dopo tante lacrime amare.

Silvina, lacrimando, prese quel cartoccio e lo aprì. Vide tanti bei canditi verdi, rossi e gialli, brillanti come pietre preziose. Allora sollevò gli occhi su Silvio, e avrebbe voluto frugargli nell'anima. Ma l'anima semplice di Silvio, incapace più di nascondersi, affiorò sul suo viso in un rossore di minuto in minuto più intenso, tanto che Silvina ebbe come in un lampo la rivelazione della verità.

— Tu! tu me l'hai presa! gridò soffocando d'ira. Tu sei stato, tu, tu, tu...

E gettato lungi da sè il cartoccio dei canditi, che rotolarono qua e là come tante pallottole colorate di vetro, si scagliò su di lui e lo tempestò rabbiosamente di pugni.