XII.
Proprio in quel momento io avevo bussato all'uscio di quella stanza. La voce irata di Silvina domandò: — Chi è? — e ne seguì un rumore di sedie rovesciate, e poi un silenzio assoluto. Senza che avessi udito nessun passo avvicinarsi alla porta, la molla della serratura scattò improvvisa in quel silenzio. Mi trovai di fronte a Silvina. Dal giorno in cui era fuggita, e mi pareva un'eternità, non l'avevo più riveduta. Rivedendola allora, il mio povero cuore ebbe una trafitta dolorosa, come se in quell'attimo io rivivessi tutte le pene che ella aveva fatto soffrire a noi duramente cinque lunghi mesi. Se non fossi stato preparato alla più triste realtà, il suo viso tanto mutato mi avrebbe allora detto brutalmente fino a che punto ella si fosse allontanata da noi in quello spazio di tempo. Ma io non coltivavo più nessuna illusione, e perciò potei guardare Silvina senza avere orrore di quell'immagine che, sotto le sue sembianze, vedevo dinnanzi a me per la prima volta. E mentre Silvina, sorpresa dalla mia inaspettata apparizione, mi guardava senza fiatare, io le parlai calmamente così:
— Silvina, non temere nulla da me. Non mi vedresti qui senza una grave ragione... La mamma muore, Silvina, la nostra cara, la nostra buona, adorata mamma!
— La mamma? mormorò Silvina, abbassando triste il capo.
— Sì, Silvina, soggiunsi, la mamma ti ha perdonato. Devi venire con me...
La porta era aperta a metà, e Silvina l'aprì del tutto, e io vidi quella misera stanza in disordine, Silvio che mi volgeva le spalle abbandonato sopra una sedia, le rose bianche nel secchiello sul tavolo, i canditi sparsi per terra. Ma non entrai.
— Subito? domandò Silvina.
— Subito.
Silvina si ritrasse a capo chino, andò nell'angolo dove stava l'armadio, si gettò sulle spalle la mantellina, si mise in capo una cuffietta di lana, e ritornando verso me, mormorò:
— Andiamo.
Sulla soglia si arrestò un attimo indecisa, poi si voltò a Silvio, che non s'era mosso, e duramente gli disse:
— Non aspettarmi... Non tornerò mai più...
La nostra vecchia carrozza, guidata da Battista, ci aspettava all'angolo della strada. Incominciò quel triste viaggio di tre lunghe ore. Silvina, seduta al mio fianco, tenendo gli occhi fissi dinnanzi a sè, non parlava. Avvolto nel mio mantello, il cappello calcato sulla fronte, me ne stavo anch'io muto, cercando di non guardarla, e il mio pensiero non si allontanava un istante da mia madre, da lei che non viveva più ormai se non per quella ultima consolazione che io le portavo. Subito dopo la fuga di Silvina, mia madre aveva incominciato a deperire, e di giorno in giorno il suo viso si faceva più affilato e più bianco, come se a goccia a goccia le venisse meno il sangue nelle vene e un freddo fuoco consumasse la sua povera carne. Verso la metà di settembre, una mattina, la trovammo svenuta in giardino, dove scendeva sempre appena fatto giorno per pregare dinnanzi a una madonnina di marmo, un'Assunta in cielo, che era stata messa là, in una nicchia d'edera, il giorno in cui era nata Silvina. Trasportata nel suo letto, riaprì gli occhi, ma non erano più i suoi soavi occhi di prima. Una tristezza infinita vi aveva distesa per sempre la sua ombra, e da quel giorno furono due imploranti occhi che invocavano da Dio la fine di una vita ormai divenuta insoffribile. Alla fine di ottobre ella non era già più che un'ombra, un'ombra dal viso diafano, che si muoveva per la nostra casa a passi silenziosi e incerti, come desiderosa di uscirne, d'involarsi, e ancora trattenuta da non so quale peso e costretta ad aggirarsi inquieta per quelle stanze. Una mattina volle come sempre alzarsi per scendere e pregare in giardino, ma le forze le mancarono. Da quel giorno non lasciò più il suo letto. Ella teneva accanto a sè un ritratto di Silvina, una miniatura di lei bambina di dieci anni, quando ancora portava i capelli sciolti per le spalle, che pareva la dolce immagine d'un angelo. Allorchè la lasciavano sola, la mamma fissava gli occhi su quell'immagine e non se ne distaccava se non quando qualcuno, entrando nella stanza, veniva ad interrompere con la sua presenza quella specie d'ipnosi. Dopo due settimane il suo stato era disperato. I medici avevano rinunciato a ogni cura poichè il male che consumava mia madre non apparteneva ad alcuna delle categorie iscritte nella loro scienza. Era un male assurdo. Non era propriamente un male. Come un lume stanco ella si spegneva a poco a poco. Questa similitudine tranquillizzò presto la coscienza dei medici, che rassegnati rimisero i loro poteri nelle mani di Dio. Neppure sul tempo che poteva occorrere a quel fioco lume per spegnersi interamente, essi seppero fare previsioni. Poteva durare soltanto poche ore, poteva durare ancora settimane e mesi. E noi, a cuore stretto, ci preparammo ad aspettare che il destino irreparabile si compiesse secondo la sua misteriosa legge. Ma era venuto un giorno in cui mia madre, con i suoi occhi già fissi in un miraggio lontano, aveva veduto l'Invisibile trasvolare come un vento gelido per quella landa dove lei sola l'aspettava paziente da tanto tempo; aveva sentito il soffio della sua ala avvolgerla come in un freddo abbraccio. Quando ella ci chiamò era sera inoltrata, e ognuno di noi, in cuor suo, aveva già chiuso quel giorno, mettendolo nel numero di quelli che, per grazia di Dio, non si sarebbero mai più rivissuti, e stava preparandosi con accorata malinconia al giorno che doveva cominciare domani. Volle che tutti fossimo intorno al suo letto, e quando ci vide tutti presenti, si rivolse a mio padre, che la guardava attonito, e prendendogli le mani e accarezzandogliele dolcemente:
— Tu sei stato sempre buono con me, disse, non mi negherai ora questa grazia. Vada qualcuno a cercare Silvina... Che io possa darle ancora almeno un bacio...
Mio padre rimase muto, tossì, si coprì gli occhi con la mano, e per qualche minuto non si mosse. Poi, come se avesse preso una penosa risoluzione, chiudendo le palpebre per nascondere le lacrime, si curvò su mia madre, la baciò in fronte, e mormorò:
Pronunciate queste parole, mio padre uscì precipitosamente dalla stanza come per dare degli ordini. Udii il suo singhiozzo soffocato. Mia madre levò i suoi occhi su noi, che le eravamo rimasti vicini, e ci sorrise.
— Voletele sempre bene, disse con un filo di voce. È la vostra piccola sorellina...
Quando, poco dopo, uscii dalla stanza, trovai mio padre seduto, al buio, nell'anticamera, che da solo smaniava con parole rotte e minacciose.
— Prima uccidete me, diceva, prima che ella rimetta il piede in questa casa!
Si alzò d'impeto, chiamò Marta, chiamò Battista, che accorsero atterriti a quella voce.
— Nessuno si muova, senza mio ordine, gridò mio padre. Nessuno entri in questa casa, senza il mio permesso. Intendetemi bene: nessuno!
E andò di persona a sprangare l'uscio.
Passai una notte angosciosa. Vidi l'alba grigia di novembre diffondere la sua luce spettrale sulla campagna tutta triste, deserta, immobile; vidi i veli labili delle nebbie sciogliersi dai rami stecchiti degli alberi, svanire come lieve fumo; udii i galli cantare dai chiusi pollai, poi li vidi sbandarsi sull'aia, e udii le prime voci umane, i primi passi nelle case dei contadini; vidi i paperi incamminarsi in fila lungo la roggia ghiacciata, come galleggiando nell'aria sporca di inchiostro, più bianchi della brina che faceva candida l'erba; quindi nel silenzio soltanto rotto da quei lievi rumori, udii lontano lo squillare delle sonagliere, e poi il rotolio delle ruote sulla via maestra, e lo schioccar della frusta, della prima carrozza di posta, che dal paese si muoveva per andare in città. Allora ebbi la sensazione che quel nuovo giorno, che allora incominciava, non c'era più speranza di poterlo rimandare ad un altro giorno; di poterlo sopprimere, di poterlo comunque evitare, sostituendolo con un altro giorno, preso lontano, fra quelli passati o fra quelli futuri, che non fosse dominato da una così imperiosa necessità di fare, e di vedere, e di patire ciò che in quel giorno doveva essere fatalmente fatto, veduto e patito. Ma io solo, fra tutti gli uomini, non potevo certo spostare il corso del tempo. E poichè tutti accettavano quel giorno come ogni altro giorno dell'eternità, e già incominciavano a viverlo, a muoversi, a riscaldarsi del suo debole sole, a consumare la sua poca luce, a riempirlo dei loro dolori e delle loro gioie, a convalidarlo con le loro parole ed azioni, io non potevo in alcun modo sottrarmi alla legge comune, ovvero in un modo solo, uccidendomi. Allora scesi le scale ed entrai nella stalla. Battista, in maniche di camicia, stava strigliando Casacca, la nostra vecchia cavalla bolsa, e mentre la strigliava, in quella loro affettuosa intimità che durava ormai da tanti anni, egli parlava alla bestia, confidandole tutti i malanni della propria vecchiaia e commiserando la sua.
— Sarìa tempo, vecia Casacca, pora bestiacca, diceva Battista, che ne mettessero tutti due addosso una bella coperta de tera alta e nera com' l'orinal del re de Fransa. Dalla tua tomba nasserebbe poscia un fiore dinominato Casacca, con la spuzza dei tuoi porci petti, brutta porca vecchia stramaledetta bestia, in omnia saecula saeculorum.
Ed egli tirò alla bestia un'amorosa pedata e mi disse: — Buon dì!
Ma quando lo chiamai sulla porta, prima ancora che avessi incominciato a parlare, aveva già capito, Battista, che cosa volevo da lui. Egli, che m'aveva veduto nascere, mi strinse le mani in silenzio con le sue dita nodose come radici, e con quella stretta volle baciarmi e abbracciarmi, e dirmi che era pronto a morire per assecondarmi in quell'impresa. Casacca, da vecchia porca stramaledetta che era, fu accarezzata da lui con i nomi più dolci, mentre in fretta quanto più poteva, le infilava i vecchi finimenti, e la cavezza tutta rattoppata. Cocottina, signorina, Brigidina, angiol del paradiso, santa bestia, tutti i nomignoli più delicati uscirono dalla sua bocca, mentre la sospingeva rinculoni tra le due stanghe della nostra sgangherata carrozza, e attaccava i tiranti al bilancino e le ficcava il morso tra le ganasce sdentate, finchè in un fiat fu pronta. Ed egli salito in cassetta, io rannicchiato sotto il mantice, s'era presa di gran trotto la via maestra alla volta della città.
Quanto m'era sembrata miracolosamente breve la strada nell'andare, tanto ora mi sembrava lunga al ritorno. Allora Casacca zoppicando zoppicando trottava di buona lena, fresca del lungo riposo, la pancia ben rimpinzata d'avena, e bastava l'ombra della frusta a farle drizzare le orecchie e supplire con la buona volontà al difetto d'una gamba. Ma ora quella gamba anchilosata imbrogliava maledettamente le altre tre, ed era un continuo inciampare e scapicollarsi, che non bastavano le redini tese di Battista a tenerla su. Ad ogni minaccia di frusta era un sobbalzo spaventato che trascinava la carrozza fuori di carreggiata a traverso della strada, e nella pancia vuota della bestia l'acqua bevuta alla fontana risciacquava con un rumor cupo di botte. Era passato da più di due ore il mezzodì e anch'io avevo fame. Silvina, digiuna come me, pallida, rincantucciata al mio fianco, gli occhi chiusi e le mani abbandonate in grembo, si lasciava sballottolare. Questa tortura durò quattro interminabili ore. Finalmente dopo l'ultima salita, sotto il monte rosso, ci apparve il campanile tutto annuvolato di olivi, che crescevan fitti sulla collina. Prima di giungere alla nostra casa si passa dinnanzi al cimitero, che è sopra un poggio erboso, recinto da un muro di pietre nude, grigio grigio, tra un ippocastano altissimo e aperto come un pino, e una fila di cipressi neri che si affacciano sulla via maestra. In quel punto fermai Battista. E mentre egli riconduceva la carrozza vuota a casa, noi altri due prendemmo di traverso i campi, e cercando di camminare nascosti dietro le canne delle viti e i tronchi fitti dei gelsi, raggiungemmo la porticina del frutteto che era, come sempre, socchiusa. Da quella stessa porta era fuggita Silvina cinque mesi innanzi. Entro il recinto del frutteto, addossata al muro, c'era allora una capannuccia di paglia, che aveva fatto Battista per appostare i merli. La mostrai a Silvina e le dissi:
— Aspettami qui nascosta.