PRIMO CANTARE
1
I' prego Cristo, Padre onnipotente, che per gli peccator volle morire, che mi conceda grazia nella mente, ch'i' possa chiara mia voluntá dire; e prego voi, signori e buona gente, che con affetto mi dobiate udire. I' vi dirò d'una storia novella, forse che mai noll'udiste sí bella.
2
Ben voglio che saciate, buona gente, ch'un, ch'ebe nome il cavalier Cortese, si dipartí per alcuno accidente dal re Artúe e di tutto il paese, e tanto cavalcò continuamente, che giunse a Roma nel nobil paese, e quie ebe un figliuol, che nutricare lo fece e di vantaggio amaestrare.
3
Quando di quindici anni e' fue in etade, piú ch'altro in trenta era gagliardo e forte. Venendo il padre in grande infermitade, disse:—Figliuolo, i' dubito di morte: però, s'io muoio in questa contrada, none istar quie, e vattene alla corte, e racomándati a messer Tristano, a Lancelotto ed a messer Calliano.—
4
E poco istante che morí, avante al suo figliuol nulla non può piú dire. El damigel, c'ha nome Gismirante, a grande onore il fece sopellire, e po' si dipartí a poco istante: andonne in corte sanza ritenire, e come il padre gli aveva contato, a que' baron si fue raccomandato.
5
E per amor del suo padre ordinâro tanto che stette in corte per donzello; e serviva sí ben, che l'avíe caro il re Artúe sopr'ogni damigello, e tutti i cavalieri inamorâro, tanto egli era apariscente e bello; ed insegnârgli giostrare e schermire, sí che fu sopra ogn'altro pien d'ardire.
6
Cosí sett'anni fece dimoranza e fe' in tal tempo molte cose belle, avendo in quella corte per usanza che non vi si mangiava mai cavelle, né sera né mattina per certanza, se di fuor non venía fresche novelle; avvenne un dí che per cotal cagione non mangiò il re, né niuno suo barone.
7
E, quando fu venuto l'altro giorno, novelle fresche ancora non venía; e Gismirante, il damigello adorno, andonne a re Artúe, e sí dicía: —Fatemi cavalier sanza soggiorno.— E, po' che fatto fue ciò che volía, disse partendo:—Non ci torno mai che caverò la corte di ta' guai.—
8
E cavalcando gia pregando Iddio che gli mandasse ventura alle mani, per la qual cosa che di tanto rio possa cavare i cavalier sovrani. Tutto quel giorno cavalcò con disio, e po' la notte non trovò ch'il sani. Po' la mattina si ebe trovata, come Iddio volle, una saputa fata.
9
La qual lui salutava, e poi gli disse: —Di stran paese qua venuta sono, però ch'io non voleva che perisse cotanta buona gente in abandono: in prima che di lá mi dipartisse, i' procacciai di recarti un bel dono, che, se tu 'l porti in corte al re davanti, mangiar potrai co' cavalieri erranti.
10
Sapi che del reame, dond'i' vegno, è la piú bella pulzella del mondo, figliuola di uno re, che tiene a sdegno ogni prod'uomo, e sie qual vuol giocondo, e non si può veder che per ingegno se none un dí dell'anno sanza pondo, cioè la vilia di Santo Martino. Allor va il bando per questo latino:
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che a quella vilia, ch'io t'ho manifesta, non si lasci veder persona, quando la figliuola del re ne va alla festa per suo diletto un poco solazzando. Chi sará fuor, gli fie mozza la testa a chi cadesse in cosí fatto bando, sí che in casa per téma ognun si serra, o se ne fuggon di fuor della terra.
12
Per questo San Martino, ch'è ora andato, la vidi, e 'l viso mio non fue veduto. Come il sogliar del Santo ebbe passato, del capo un suo capello fu caduto, ed io il ricolsi, ed hotelo recato: in questo bossoletto l'ho tenuto: pórtal davanti al re dalla mie parte.— Ed ella il ringraziò, e po' si parte.
13
E, cavalcando sanza prender lena, que' che portava novella sí buona si giunse in corte, dove sanza cena andato s'era a letto ogni persona. E, come que' ched allegrezza mena, gridò:—Suso a mangiar, santa corona!— E que', che avean tre giorni digiunato, con allegrezza ognun si fue levato.
14
Po' ch'ebono mangiato in questo tratto, e Gismirante il bossol fe' presente, il re lo prese, ed il capei n'ha tratto per contentarne sé e la suo gente; e Gismirante contò tutto il fatto, come avie detto la fata presente; e, riguardando il capello indovino, ch'era duo braccia e parea d'oro fino,
15
e' si dicieva alla gente l'han vista: —Questa dé' esser sopr'ogn'altra bella: e veramente qual uomo l'acquista, l'amor di cosí fatta damigella deb'avere di pregio al mondo lista, piú che altro cavalier che monti in sella; però che, imaginando suo bellezze, deb'avanzar tutte le gentilezze.—
16
E Gismirante, po' che fue passato alquanti giorni di cota' parole, in grazia al re Artúe chiese comiato, de la qual cosa il re forte si duqle. Infine molti arnesi gli ha donato, quando pur vede che partir si vuole, e po' gli disse:—Or va', e quie ritorna,— ed e' va per veder la dama adorna.
17
Ben otto mesi e piue ha cavalcato, sanza trovar ventura questa volta; ma pure una mattina fue arrivato in una selva ch'era molto folta; cosí guardando vide da l'un lato un drago ed un grifon con forza molta che s'azzufâro; ed e' si fé' campione, e liberollo, e uccise il dragone.
17
Po' cavalcava il damigel selvaggio, fuglisi innanzi un'aguiglia parata, incominciògli a fare grande oltraggio, però che fortemente era affamata. El damigel, come discreto e saggio, di groppa al suo cavallo ebbe levata un gran pezzo di carne, e si gliel diede. Ella si parte, e mai nolla rivede.
18
Po', cavalcando il damigel pregiato per quella selva dove dovea andare, trovò uno isparvier, ch'era allacciato ad una siepe, e non potie volare. Ed e', come gentile, fu smontato, e sviluppollo, e po' il lasciò andare. E l'aguiglia, e 'l grifone, e lo sparviere eran per arte posti in tal maniere.
20
Nel capo della strada per uscire fuor della selva, dove cavalcava, ed eccoti una fata a lui venire, e domandollo quel perch'egli andava. Egli le disse:—Dama, a non fallire i' vo' colá dove l'amor mi grava.— E raccontolle dal piede alla cima ciò ch'avíe detto la fata di prima.
21
Ed ella disse:—Quel per che tu vai ti fia molto impossibile acquistare, ma, se mi crederai, tu non andrai, ed istara'ti meco a sollazzare: i' ti prometto, se tue non vi vai, ch'i ti farò contento sanza pare.— Ed e' rispuose:—E' convien pur ch'i' veggia quella che fa murir chi la vagheggia.
22
Ma s'io nolla acquisto al mio volere, i' non ti lascerò per alta dama, e priegoti che col tuo gran sapere consigliami di quel che 'l mio cor brama.— Ed ella gli donò un gran destriere, dicendo:—Questo è di sí fatta fama, porteratti in tre giorni sanza inganni lá dove il tuo non andrebbe in dieci anni.
23
I' vo' che mi prometti di tornare, e le parole tue sien piú che carte.— Subito le rispose d'osservare i suo' comandamenti, e po' si parte: e tanto forte prese a cavalcare con quel caval ch'era fatto per arte, che in capo di tre giorni fue arrivato alla cittá del viso angelicato.
24
E tanto ad uno albergo prese stare, ch'alquanti giorni a San Martin fu presso; e, come i cittadin vide armeggiare, montò a cavallo, e fue con loro adesso, e tutta gente fa maravigliare, sí ben port'asta e tanto rompe ispesso. La damigella da' baron procura, ma veder lei non puote criatura.
25
Quando il dí della vilia fue venuto, e lo re fe' da sua parte bandire che qual dalla donzella fie veduto subitamente lo farà morire, e chi si stia in casa come muto, e chi di fuori si deba fugire. L'albergatore all'albergo n'andoe, e Gismirante con lui si posoe.
26
E, come damigello ardito e saggio, quando per la cittá non è cristiano, subitamente armato di vantaggio, uscí di casa con la spada in mano. Signor, pensate nel vostro coraggio che si dicea del cavalier sovrano, cosí armato in sul destrier corrente! E' nella chiesa entrò subitamente.
27
E, non trovando criatura in Santo, di testa s'ebe tratta la barbuta, perché di quella cui amava tanto la faccia sua potesse aver veduta, ed e' poi si nascose da l'un canto dietro a l'altare, e punto non si muta, dicendo:—Di mie morte fie memoria, o io acquisterò quie gran vittoria!—
28
Or eccoti venir quella donzella in compagnia ad un leone e un drago, ed adorando al crocifisso; ed ella vide colui ch'era cotanto vago, il qual parlò con ardita favella, che di suo morte non curava un dado. —Dama, merzé, bench'io serva la Morte, che per vederti vengo infin da corte!—
29
Ed ella, riguardando Gismirante, ch'era sí bel che contar nol potrei, e imaginando poi in sé davante le cose ch'egli avíe fatte per lei, ridendo disse:—I' ti vo' per amante, ma fuor di questa terra uscir vorrei: però, se mi vorrai al tuo dimíno, verrai per me istanotte a matutino.—
30
Quand'ella gli ebe ben tutto insegnato ciò ch'egli avesse a far nel suo venire, la donna del baron prese comiato dicendo:—Addio, addio!—nel suo partire. Quando fue tempo, il cavalier pregiato all'albergo tornò sanza fallire. L'albergator domandò onde venía. —Taci—diss'egli, e non gli rispondía.
31
Po' cavalcò a piè d'una finestra, ch'ella avíe detto che dovesse andare, e la donzella, sí come maestra, tutte le guardie fe' adormentare. Com'ella il vide, disse ardita e presta: —O cavalier, come voglián portare certe mie gioie?—Ed e' parlò giocondo: —Vienne pur tu, ch'i' non curo altro al mondo.—
32
Ed ella gli gittò di molte cose di gran valuta, e di piccol vilume, come fûr gemme e pietre preziose, che le teneva per cotal costume; ed una verga sotto si ripuose che faceva seccare ogni gran fiume: toccato da l'un lato, il fa seccare; po', ritoccando, lo fa ritornare.
33
E po' s'armava a guisa d'un scudiere, e per le scale iscende nella stalla, e si montava sopra un buon destriere sí di legier, che pare una farfalla, e giunse fuor dov'era il cavaliere. Veggendola, egli d'allegrezza galla; pugnendo degli isproni il destrier forte, giunsono ad una delle mastre porte.
34
Quando le guardie si fûr risentite, cominciaro a gridar con gran romore: —Che gente siete voi, ch'atorno gite la notte, prima che venga l'albore?— Rispose il cavalier:—Se non ci aprite, per Dio superno, fia il vostro pigiore: novelle noi abiam che i saracini hanno istanotte passato i confini.
35
—Veracemente che per questa istrada— disser le guardie—vo' non passerete.— Mise mano Gismirante alla spada, dicendo:—O vo' ci aprite, o vo' morrete!— Disson le guardie:—Messer, ciò che v'agrada fornito sia, s'un poco attenderete.— Trovâr le chiavi, e apersono la porta, ed oltre passâr via sanz'altra iscorta.
36
E 'nanzi giorno piú che dieci miglia fu dilungato la dama e 'l donzello; e, quando il re non ritrovò la figlia, fece suonar la campana a martello, e fece armar tutta la suo' famiglia, e molta gente sotto il suo penello: sí che con piú di mille cavalieri gli seguitò, spronando i buon destrieri.
37
E cavalcando sanza prender soste, di lungi ben tre miglia ebon veduti duo cavalier che salieno le coste, benché da lor non furon conosciuti, e lo re sopra ciò fecie proposte, sien seguitati quegli a spron battuti. Allor la giente sua non aspettava l'un altro, e forte ciascun cavalcava.
38
E volgendosi indietro la piacente, vide e conobbe que' che gli seguiéno, e disse a Gismirante:—Omè dolente, se siáno giunti quie, come fareno? Ma qua nel piano ha un'acqua corente, con questa bacchetta la paserano: se giugneranno, non potran passare: per altro modo non possián scampare.—
39
E, quando furo a quel fiume ch'io dico, toccò colla bacchetta, e disse:—Passa.— Quand'ella fue passato, al modo antico fece alzar l'acqua, dov'era piú bassa. Ella, piangendo, si diceva:—Amico, non gli aspettar, ché son troppo gran massa.— Ed e' rispose:—Amor, non te ne caglia, ché io non lascerò questa battaglia.—
40
E la donzella istava inginocchiata, pregava quel baron, forte piangendo; e que' percosse alla prima brigata, ch'eran dinanzi, che venian correndo, e, col destrier che gli donò la fata, quanti ne giugne tutti va abattendo, ond'e' in volta si gli mise tutti e dopo questi vennon di piú dotti.
41
E Gismirante, vedendo lor mossa, arditamente tra lor si mettea, e'l suo cavallo era di sí gran possa, che pur col petto tutti gli abattea; po' giunse il re colla sua gente grossa, e Gismirante, isgridandol, dicea: —Renditi per pregione, o cavaliere!— ed e' rispuose:—E' ti falla il pensiere.—
42
E 'nverso il re col buon destrier si serra, diègli un colpo, che cade istordito: e la sua gente, vedendolo in terra, misonsi in fuga per miglior partito. El franco cavalier, vinto la guerra, e' disse al re, po' che fu risentito: —Per me convien che sia la tua finita.— Ed e' rispuose:—La morte m'è vita.—
43
E Gismirante disse:—Per amore della tua figlia, i' ti vo' perdonare, e per suo amor i' ti farò onore; in corte del re Artúe la vo' menare.— Cosí rimase il re con gran dolore. E quel baron, volendo ritornare a quella giovinetta che l'aspetta, il fiume fe' seccar colla bacchetta.
44
E questo fiume non aveva ponte: oltre passò sanza niuno difetto, andando per un piano a piè d'un monte allegramente, fuor d'ogni sospetto. Cosí andando, videro una fonte, e dismontâro per pigliar diletto; ed e', perch'era istanco, a lei appoggiossi, col capo in grembo a lei adormentossi.
45
E, mentre che dormiva, un uom selvaggio, vedendol sí ansar, per ch'era lasso, la dama ne portò dal bel visaggio, e sotto il capo gli ebe messo un sasso. Nel secondo cantar vi conteraggio come si trovò solo in su quel passo, e po' come per forza e per amore racquistò la donzella, al vostro onore.