SECONDO CANTARE
1
Divina Maestá, superna Altezza, da cui le grazie vengon tutte quante, prestami grazia con tanta fortezza, ch'i' possa seguitar di Gismirante e della dama adorna di bellezza, che gli fue tolta per dormire avante da l'uom selvagio, che la porta via, com'io vi dissi nel cantar di pria.
2
Vo' sapete, signori e buona gente, che molte cose si facien per arte, ed io v'intendo nel cantar presente di raccontare quie alcuna parte, che per darvi diletto chiaramente di novitá, cercando vo le carte, e quel, che piace a me, vi manifesto; e torno a Gismirante, che s'è desto.
3
E, non trovandosi al capo colei per cui e' s'era afaticato molto, con gran sospiri piange e dice omei, dandosi spesso delle man nel volto; e dicea:—Iddio, ben saper vorrei, almen saper chi tanto ben m'ha tolto.— Afogato si saria veramente se non che la fata gli tornò a mente.
4
E, cavalcando verso quella fata, dove promesso avie di ritornare; ed e' trovò un'acqua ismisurata, che niuno uomo nolla può passare; ed e', come persona disperata, si voleva in quel fiume afogare. Ed eccoti venuto a lui il grifone, ch'egli avie liberato dal dragone.
5
E come que' che per arte parlava, diceva:—Cavalier, montami adosso;— ed egli, udendo ched e' favellava, meravigliossi, e tutto fu riscosso; per disperato adosso gli montava, pensando ch'egli il gittasse nel fosso; e 'l grifone il passò dall'altro lato, e puosel giú, e fussi dilungato.
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Ed egli andò tanto cosí a piede, ch'a quella fata fu giunto presente; e quella fata volentier lo vede; po' lo domanda di quel convenente; ed e' rispuose:—Dama, in buona fede, che fo di ciò ch'io acquistai presente?— Ed ella, che sapea, disse:—Tu l'hai perduta sí che mai non la riavrai.
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Ma, stu vuoi istar meco, amico mio, piú ch'altro al mondo ti farò contento.— Ed e' le disse:—Per l'amor di Dio, a racquistar la donna i' ho lo 'ntelletto.— Ella, vedendo il suo fermo disio, puose da lato ogni suo intendimento, e disse:—Sapi ch'ell'è in cotal parte con un selvagio, ch'è fatto per arte,
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e'n un castello di metal dimora, ch'è sanza porta, entrata molto ha presta, con quarantatré dame, che di fuora ha conquistate per arte si destra; or te ne andrai in su la cotal ora, e' sará fuori, ed ella alla finestra, e di' che facci tanto per ingegni che l'uom selvagio dov'ha 'l cor le 'nsegni.—
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E Gismirante con un buon cavallo entrò in cammino, e prese a cavalcare, tanto che giunse al castel del metallo. E l'uom selvagio er'ito a procacciare. A poco istante vide sanza fallo la damigella alla finestra istare, la qual parlava con parole iscorte: —Fúggiti tosto, se non vuo' la morte.—
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E Gismirante con molto valore, come insegnato gli aveva la fata: —Fa' che tue sapi dove tiene il cuore questo malvagio, che mi t'ha furata.— Ed ella gli rispuose:—Tanto amore mi mostra piú ch'a l'altre ogni fiata, saperò bene il vero manifesto.— Ed imboscato esso si fue presto.
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Tornando l'uom selvagio, e la donzella gli cominciò a mostrar grand'allegrezza, ed e', che la vedea cotanto bella, si dilettava della suo bellezza. E, cosí istando insieme in braccio d'ella, disse:—Amor mio, venuto m'è vaghezza di saper dove il tuo cuore si posa, per adorarlo sopr'ogn'altra cosa.—
12
Rispuose l'uom selvagio:—I' t'amo tanto, e lo mio amore a te ho dato intero, al tuo piacer son dato tutto quanto; e del mio cuor ti conterò lo vero.— Sí come un uom che di malizia ha vanto, le fe' vedere il bianco per lo nero, dicendo, e mostrando una colonna: —Qui dentro è il cuor di chi t'ha fatto donna.—
13
E la donzella savia ed insegnata alla risposta sua niente crede; ma tutta notte istette inginocchiata, mostrando d'adorarlo in buona fede, e l'uom selvagio ridendo la guata, e che l'adori veramente crede. Ma, quando assai durato ebe, dicía: —Deh! tue adori invano, anima mia.—
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Ma, poi ch'io vegio il tuo animo puro, dov'e' il mio cuor saprai a questo tratto: —Sapi ch'egli è in luogo sí sicuro, ch'offender non si può in niuno atto, che 'l guarda un animale fiero e duro, per arte e per incantamenti è fatto, e quel si chiama il porco troncascino, ch'a Roma signoreggia ogni camino.
15
E, benché morto fusse l'animale, chi l'uccidesse arebbe fatto invano, perch'una lepre sopranaturale gli uscirebbe di corpo a mano a mano; e, benché morta fusse, ancor non vale, ch'un paserotto ha 'n corpo vivo e sano. il qual tiene il mio cuore alla sicura: or vedi ben s'i' debo aver paura.—
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E, cosí ragionando, apparve il giorno, e l'uom selvaggio uscí fuori a cacciare, e Gismirante al castel fe' ritorno, in su quell'ora ch'egli il vide andare. La damigella col bel viso adorno dalla finestra li prese a parlare: —I' ho saputo ciò che vuo' sapere, ma tutto il mondo nol potrebbe avere.—
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Ed ebegli contato a motto a motto de l'uom selvaggio come detto avea, e poi gli disse:—Pártiti di botto, e non ti dar di me malinconia.— E Gismirante face gran corrotto, non sapiendo pigliare alcuna via, sí ch'ella tornò dentro isconsolata e Gismirante ne tornò alla fata.
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E disse, sí com'egli avíe sentito, del porco troncascin, dalla donzella. Disse la fata, quando l'ebe udito: —Non ragionar mai piú di tal novella, ché non potre' con lui, tant'è ardito, se' milia cavalieri armati in sella, che de' roman gran tempo s'è pasciuto, perché a forza gli dánno tal trebuto.—
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Ed egli, udendo quel ch'ella dicea, piú volte sospirando disse:—Omei!— ma pel gran ben ch'a la donna volea, disse:—Io intendo di morir per lei.— E con sospiri molti le dicea: —Sievi raccomandato i fatti miei, perch'io credo ben provar co' l'armi: s'e' mi bisogna, piaciavi d'atarmi.—
20
Quella, vedendo suo perfetto amare, gli disse allora:—Va' sicuramente.— Ed e' si mosse sanza dimorare, sí come pellegrin subitamente, e tanto forte prese a caminare, che giunse a Roma il cavalier possente, e giunse in corte dello imperadore, per le iscale va verso il senatore.
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Trovò a mezza iscala un cavaliere, e 'n carità, per Dio, gli fe' domando; ed e'gli disse:—Sozzo poltroniere! come va' tu in tal modo gaglioffando? Ma vuo' tu meco istar per iscudiere?— Ed e' gli disse:—Sie al tuo comando. Ed e' gli disse:—I' ti farò insegnare a servire innanzi e a cavalcare.—
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E Gismirante disse:—In veritade, ch'i' so ben cavalcare e ben servire.— Ed e', vedendo ch'egli avie bontade, fégli trar la schiavina e fél vestire. Ed e' pareva pien di nobiltade e appariscente sopr'ogn'altro sire; e, po' che in ben far fu conosciuto, piú ch'altro in corte era caro tenuto.
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E cosí istette dimorando alquanto. Un giorno ch'e' si stava per la corte, ed e' sentí levare uno gran pianto; onde dimanda di sí fatte sorte. Ed un gli disse:—Egli si piagne tanto, perché lo 'mperador manda alla morte al porco troncascino un suo figliuolo, di che tutta la corte n'ha gran duolo.—
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Parlava Gismirante immantanente a quel barone, sí parlava iscorto: —Or ben vi dico che la piú vil gente che sia nel mondo hano averlo morto.— Disse il baron:—Tu erri fortemente, e dico io che tu ragioni il torto, ch'egli è per arte fatto in tal maniera, che come il diavol percuote la sera.—
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Rispuose Gismirante:—S'i' avessi buon'arme e buon cavallo in mie podésta, vômi obrigare, s'io no l'ucidessi sanz'altro aiuto, di perder la testa.— Mostra che quel baron sí lo intendessi; andò all'imperadore, e non fe' resta, e disse come si era vantato. Lo 'mperadore ebe per lui mandato,
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e sí gli disse:—Vedi che m'è detto che tue ti vanti della cotal cosa, se 'l vanto tuo vuo' mettere in effetto, i' ti darò mie figlia per isposa.— Allor rispuose il nobil giovinetto: —I' non vogli'altro ch'arme poderosa.— Disse lo 'mperador:—Arme e destriere ara' miglior che avesse cavaliere.—
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E fe' venir quant'arme in corte avea, dicendo:—Prendi la qual piú ti piace;— ed e', provando, tutte le rompea dicendo:—I' vogli'arme piú verace.— Lo 'mperador vede quel che facea: disse:—In costui ha forza molto aldace.— E fe' venire un'arma molto antica, che quattro la portavan con fatica.
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E Gismirante, dell'arme contento, disse:—Dov'è il caval ch'io debo avere?— In suo presenza venner piú di cento; ei li provava col suo gran potere, che montandovi su con valimento, pur colle cosce gli facie cadere; e disse:—Imperador, fate che venga, se ci ha miglior caval che mi sostenga.—
29
Disse lo 'mperadore:—I' n'ho ben uno, che mangia per condotto e sta in catene, che sopra gli altri è forte e di pel bruno. Fusse chi lo sellasse, arestil bene; ma ne la istalla none andrebbe niuno, perché gli ucide ch'inanzi gli viene.— E Gismirante vi si fe' menare, e giunse a lui, e cominciò a gridare.
30
Il cavallo diede una tale iscossa, perché non era usato a quelle istrida, che tutta ruppe la catena grossa; e Gismirante verso lui si fida, e diedegli col pugno tal percossa, che 'nginochione in terra si rannida, e lasciossi imbrigliare e por la sella, e menar fuor com'una pecorella.
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Quando lo 'mperador l'ebe veduto in su quel fier cavallo, e tutto armato, disse:—Costui debe esser pro' e saputo, e 'l piú prod'uomo ch'al mondo sie nato.— Mandò per lui e disse:—I' son pentuto: i' non vo' che tue vadi a tal mercato; il mio figliuol vo' mandare a morire, anzi che perder te, c'ha' tanto ardire.—
32
E Gismirante gli disse:—Messere, questa battaglia non si può stornare.— Ed e', vedendo pure il suo volere, subito fe' tutta suo gente armare. Ed e' parlò:—Egli è contra 'l volere;— disse:—Signor, per Dio, lasciami fare: ché, se bisogna, fa' che sien con teco, socoreranti; ma non vo' sien meco.—
33
Lo 'mperador col populo romano con Gismirante uscir fuor della terra, e tanto caminâr che, di lontano vidon la fiera che facíe tal guerra, e Gismirante rimase nel piano tutto soletto, se 'l libro non erra, e gli altri tutti andâr su le montagne, e molta gente Gismirante piagne.
34
Mostra che 'l giorno era nivicato il cavallo e 'l baron coperto a bianco, ed il porco a guatare era abagliato, e giace in terra come fusse istanco; e Gismirante, il damigel pregiato, e come cavaliere ardito e franco, accomandossi a Dio, e colla lancia percosse il porco; e ferí 'l nella pancia.
35
E, quando il porco si sentí fedito, ruppe la lancia, e rizossi sú destro: inverso Gismirante ne fu ito, come demonio feroce ed alpestre; e Gismirante col brando forbito si difendea da lui, come maestro, e in sulla schena un tal colpo gli dava colla sua spada, ma nollo accarnava.
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Onde pensò fargli fare una corsa, per sangue che gli uscía della fedita, dicendo:—In prima che da lui sie morso, il porco, credo, lascerá la vita.— Ma, come un cane ch'assalisce l'orso, correva il porco colla testa ardita; e quella gente, vedendol venire, per téma incominciâr tutti a fuggire.
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Il porco giunse, e subito gli tolse a pezzi a pezzi tutta l'armadura: levando, quel cavallo i calci porse, tale che cade in su la terra dura. E Gismirante col caval si volse; il porco al petto del caval si tura e quantunque e' ne prese colla branca, menollo a terra della spalla manca.
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E Gismirante incominciò a chiamare l'aiuto della fata a mano a mano, ed e' sentí una boce gridare: —Saltagli adosso col coltello in mano, conciosiacosaché non può scampare, dágli nel fianco lá dov'è piú sano.— Ed e' si rincorò, e molto isnello gli saltò adosso, e diègli del coltello.
39
E, come piacque alla fata gentile, che gli avíe tolto la forza e la lena, il porco cominciò a diventar vile, perché del sangue avíe vòto la vena, e Gismirante giá non gli era umíle, dandogli per lo fianco e per la schena, tanto che 'l porco cade in terra morto, onde a sparallo fue presto ed accorto.
40
E' non poté isparar sí pianamente, che non uscisse la lepre gioiosa, e none istette di correre niente insin ch'andò nella selva nascosa. Dicea Gismirante:—Omè dolente, or ho io fatto nulla d'ogni cosa! O gentil donna, che mi suo' atare, a questo punto non mi abandonare.—
41
E l'aguiglia ch'egli avíe pasciuta, com'io vi dissi nell'altro cantare, subitamente a lui fu venuta onde la lepre non poté campare; e, come negli artigli l'ha prenduta, a Gismirante l'ebe a presentare. Disse:—Il servigio non si perde mai tu mi pascesti, e or merito n'arai.—
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Po' si partí, e Gismirante spara la lepre come savio, pro', e dotto, dicendo:—Tu mi gosti tanto cara, ch'i' non vo' che mi sfughi il passerotto, e parte che face la ragion chiara, per la bocca gli uscí l'uccel di botto. —Oimè lasso!—disse Gismirante— che 'l mio sapere non vale un bisante.—
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La lepre gittò via il cavaliere, vedendo il passerotto volar via, e sí dicea:—Omè no' m'è mestiere pensar di riaverlo in vita mia.— Ed eccoti venir quello sparviere, che quel baron da' pruni isciolto avea, e prese il passerotto vivo e sano, a Gismirante sí lo mise in mano,
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dicendo:—Cavalier, ben t'ho renduto buon guidardon di quel che mi facesti, quando tra' prun mi trovasti caduto, che come gentiluom tu mi sciogliesti: però il servigio e' non è perduto, che a me, cavalier, far mi volesti; e magiormente sarai meritato da piú possenti;—e fussi dileguato.
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E Gismirante, i piè legato e l'ale al passerotto, e' miseselo allato, e tornò al suo caval, bench'avie male, e destramente su vi fu montato: e lo signor di Roma imperiale colla suo gente a Roma è ritornato, e 'l porco troncascin lasciò isparato, onde il barone a Roma fu tornato.
46
Lo imperadore e la suo gente, quando sentiron la cittá lor liberata, e po' tornando que' ch'avíe col brando la libertá di Roma racquistata, incontro gli si fêr tutti armeggiando, facendo festa della suo tornata, e racettârlo co' magiore onore, che si facesse mai a niun signore.
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E Gismirante avía tanta allegrezza, perch'egli avea quel ch'er'ito caendo, e solo di partirsi avíe vaghezza, onde allo imperador parlò, dicendo: —Santa corona, non vi sia gravezza che al presente di partir m'intendo.— Della qual cosa assai si maraviglia, perché intendeva di dargli la figlia.
48
Ma pur, vedendo la suo volontade, di molte ricche gioie gli fe' dono, dicendo:—Quanti n'ha in queste contrade con esso meco al tuo servigio sono.— E sí gli vuole dar gran quantitade di cavalieri, ma e' chiese perdono, e po' si diparti, che mai non resta, e giunse a quella fata ardita e presta.
49
Come la vide, disse:—Il passerotto i' l'agio vivo, ed hollo quie al lato.— Ella rispuose:—Se' tu istato dotto, e' ti fie pro che l'uomo è infermato: se tu lo avessi morto, baron dotto, non potresti a tuo donna essere andato; perché conviene che alla suo vita del castel mostri l'entrata e l'uscita.
50
Ma, se a colei, cui hai dato il coraggio, potrai parlar da sera o da mattina, dirai che dica ch'un medico saggio gli vuol portar perfetta medicina, e fie nicissitá che l'uom selvaggio gli mostri dell'entrare la dotrina: come se' dentro, istrigni il passerotto, e l'uom selvagio si morrá di botto.—
51
E Gismirante andò né piú né meno, sí come detto gli avea la fata: trovò la donna col viso sereno alla finestra, e fégli l'ambasciata, ed ella andò, e disse tutto a pieno ch'egli l'ensegni l'uscita e l'entrata: —Perch'un medico, ch'è di grande affare. egli vi vuol venire a medicare.—
52
Ed e' le disse:—Dolce amor mio bello,— te' questo anello ch'io porto in dito, che per virtú di questo ricco anello vedrai l'entrata del castel gradito.— La damigella subito prendéllo, gittollo a Gismirante pro' e ardito: e Gismirante l'anello prendea: allor l'entrata del castel vedea.
53
E, come dentro e' fue Gismirante, uccise il passerotto; e quel fellone mise uno strido, e po' morí davante. E quelle dame, ch'egli avie prigione, ch'eran quarantatré, e tutte quante eran di gran legnaggio lor persone, come lo vider, tutte inginocchiâro; Iddio e lui molto ringraziâro.
54
E Gismirante molto bestiame caricò d'oro e di ciò c'ha voluto. Po' fêr partenza, e gir con quelle dame a quella fata che gli ha dato aiuto. Ed ella disse:—Tutte le tuo' brame potuto ha' sodisfar, se t'è piaciuto.— Ed e' si volse a lei:—La veritad'è ciò che dite; ma non per mie bontade,
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ma per vostra virtú, non colla spada, ho acquistata la persona e l'avere. E pognamo ched io a corte vada, dama, per voi ho ciò ch'i'ho a tenere. Deh! datemi comiato, se v'agrada, conciosiacosach'i'ho gran volere di conducer davanti a re Artúe, questa mie donna con quarantadue.—
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Ed ella disse:—Po' che in tuo paese vo' ritornare, una cosa t'impongo, che contro a ogni gente sie cortese, e spezialmente a que' c'hanno bisogno. Ch'io sono istato a tutte tuo' difese, benché di dirlo alquanto mi vergogno, per quel che tue facesti a' tre uccelli, conciosiecosaché son mie' fratelli.—
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Ed e' con allegrezza fe' partita, considerando a cui l'avíe fatto, dicendo:—Mentre ch'io avrò vita, la ragione aterò ad ogni patto. Quando si sente in corte la redita, il re Artúe con tutti i baron ratto incontro gli si fêr piú di se' miglia, facendosi di lui gran maraviglia.
58
Po' che le donne si furon posate alquanti giorni dopo un gran mangiare, e Gismirante l'ebe dimandate s'elle volíeno a casa lor tornare; ed elle che n'avien gran voluntate, dicieno:—Messer sí, in quanto a voi pare.— Ed e' con gente assai in quantitade tutte mandolle nelle lor contrade.
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E que' signor, di cui le dame sono, sentendo questo fatto com'è suto, tanto contenti e tanto allegri sono, ongnun fan festa, quando l'han saputo, e ciascheduno gli mandò gran dono per merito di quello gran trebuto. Il re Artú, c'ha Gismirante in casa, domandò della dama ch'è rimasa.
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E Gismirante disse:—Quest'è quella, di cui vidi il capello tanto biondo, signore mio—contando la novella rispuose il cavalier tanto giocondo. Ed e' rispuose:—Mai non montò in sella contento cavaliere in questo mondo, come deb'esser tu di cotal dama.— E la reina e tutte genti chiama.
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E fecela isposare in suo presenza, e puose lui in ricca e magna altura, facendo festa con magnificenza, come conviene a sí fatta misura. E sí regnaron con benevoglienza, quanto piacque a Dio di somma altura, moglie e marito sanza aver ma' crucci. Al vostro onor questo fe' Antonio Pucci.