VIII

BRUTO DI BRETTAGNA

1

I' priego Cristo padre onnipotente, che per li pecator volé morire, che mi conceda grazia ne la mente ch'i' possa chiara mia volontá dire. E' priego voi, signori e bona gente, che con efetto mi deggiate udire, ch'io vi dirò d'una canzon novella, che forse mai non l'odiste sí bella.

2

Leggendo un giorno del tempo passato un libro che mi par degli altri il fiore, trovai ch'un cavalier inamorato fe' molte belle cose per amore, ond'io, a ciò che sia amaestrato de la prodezza sua ogni amadore, dirò di quel baron senza magagna, che fu chiamato Bruto di Brettagna.

3

Questo barone essendo d'amor preso piú ch'altro mai d'una donna valente, ardeali il core come fuoco acceso, perché celava a lei tal convenente, e, non possendo piú sofrir tal peso, rechiesela d'amor celatamente, dicendo:—I' son per far vostro disio in ogni caso, se voi fate 'l mio.—

4

Ed ella li rispose:—Po' ch'io sento il tuo volere, or vo' che 'l mio tu saccia. Se tu vòi del mio amore esser contento, d'una cosa ch'i' ho voglia mi procaccia.— Disse 'l donzel:—Dite 'l vostro talento, ché 'l non fia cosa, ch'io per voi non faccia, e' sia ad acquistar, quanto vuol, forte, ch'i' no' mi metta per aver la morte.—

5

Disse la donna:—Or vedi, cavaliere, lá dove fa lo re Artú dimoro, ha nella sala un nobile sparviere che sta legato ad una stanga d'oro. Appresso quell'uccel, ch'è sí maniere, due bracchi stan che vaglion un tesoro, la carta de le regole d'amore, dove son scritte 'n dorato colore.

6

E, stu puoi far ch'i'abia quel c'ho detto, pognam che te sia greve ad acquistare, infino ad ora ti giuro e prometto ch'altri che te giammai non voglio amare. Ed el rispose:—Questo m'è diletto. Addio, madonna, ch'i' 'l vo a procacciare!— E tanto cavalcò dopo 'l comiato, che 'n la selva real si fu trovato.

7

E, cavalcando per la selva scura, pervenne a luoghi molt'aspri e crudeli e poi, pensando sopra sua ventura, ed una damigella senza veli l'apparve e disse:—Non aver paura, ch'i'so dove tu vai, benché tu 'l celi; ma tu seristi a troppo gran periglio, se tu da me non avessi consiglio.—

8

Ed egli, udendo ciò, guardava fiso la biondissima e vaga damigella: a li capelli ch'avea dietro al viso portava d'òr legata una cordella, dicendo:—Dama, angel di paradiso, che luci piú che la Diana stella, deh, dimmi perch'io vo, se tu lo sai, e poi ti crederò ciò che dirai!—

9

Ed ella, rispondendo al suo dimando, a motto a motto tutto gli contòne com'e perché n'andava, e come e quando e' s'era mosso per cotal cagione. E Bruto disse:—I' mi ti raccomando che m'aiuti fornire mia 'ntenzione. Oh, dimmi il modo che ti par ch'io pigli, ch'io no' mi partirò di tuo' consigli!—

10

Ed ella disse:—Ben t'aterò alquanto, se per mio senno portar ti vorrai. Sappi che quel che tu brami cotanto in nulla guisa acquistar non potrai, se primamente tu non ti dá' vanto d'avere amor di bella donna, s'hai, piú ch'alcun altro cavalier che truovi, e per battaglia poi convien che 'l pruovi.

11

Ma nel palazzo non potra' entrare, se 'l guanto de l'uccel non hai primieri, e tu quel guanto non potra' 'cquistare, se non combatti con duo cavalieri, i quali son posti 'l guanto guardare, e son gioganti molti arditi e fieri Se tu gli vinci, non toccar da loro, ma spicca tu da la colonna d'oro.—

12

E Bruto disse:—Dama, i' non potrei donna nomar di tanta appariscenza. Se non ti fosse grave, ben vorrei che tu di te mi dessi la licenza.— Ed ella disse:—Fa' ciò che tu déi, ch'i' son contenta per tal convenenza.— E con fermezza d'amore il baciòe, e un destriero fornito gli donòe.

13

E disse:—E' ti convien sanza pavento cavalcare e combatter con ardire; tu ha' caval che corre come vento e meneratti dove tu vogl're.— Ed e' vi montò su con ardimento, e ringraziolla molto in suo partire, e tanto degli sproni el destrier punse, ch'a la riva d'un gran fiume giunse.

14

E, non possendo quel fiume passare perch'era cupo e d'ogni lato monte, lungo la riva prese a cavalcare, tanto che d'oro ebbe trovato un ponte, ch'era sí basso, che per l'ondeggiare l'acqua sopr'esso ispesso facía fonte. Dal primo capo un cavalier avea, armato e fier quantunque si potea.

15

E Bruto, poscia che l'ebbe veduto, il salutò co' molta cortesia e quello gli rispuose a suo saluto, ma domandollo poi perché venía. E Bruto gli rispuose:—I' son venuto per passar qui, se tolto no' mi fia. —Per passar no—rispuose quel guardiano,— ma per aver la morte di mia mano!

16

Ma, perché se' di giovanezza tale, i' ti vo' perdonar—gli disse accorto,— che ma' non arrivò in queste contrade picciol né grande, che non fosse morto; ma, perch'io veggio per sempricitade t'ha fatto pervenire a questo porto, o lassa l'arme e tutti arnesi tuoi, e vattene al piú presto che tu puoi.—

17

Rispose Bruto:—Ha' tu tanta mattezza, che credi per tuo dire i' lasci l'arme? Intendo di provar mia giovinezza contro chi 'l passo vorrà constrastarme!— Ed e' sí fo adirato e con fierezza disse:—Se tu se' stolto, come parme, da po' ch'io veggio che vò' pur morire, e tu morrai!—E corselo a fedire.

18

E di molt'arme gli tagliava adosso, ed in piú parte la carne gli afferra. E Bruto allor, sentendosi percosso, e 'l sangue suo cadere in su la terra, e la sua donna gli tornò nel cosso, ond'egli isprona il buon destrier di guerra, e ferí quel guardian sí aspramente, che per morto l'abatte di presente.

19

E quel giogante gli chiese mercede, ed egli perdonò per cortesia, e 'l suo cavallo degli sproni fiede e per lo ponte subito si 'nvia. Quando il guardian da l'altra parte vide ch'al suo compagno pur morte giungía, di forte il ponte cominciò a corlare che spesso sotto l'acqua il facía andare.

20

E Bruto, per bontá del buon cavallo, pur passò oltre per lo ponte ratto, e giunse a quel fellone quale strale, dove crollava il ponte al primo tratto, che su la testa ferí senza fallo e, per vendetta di quel ch'avea fatto, per forza il prese e nel fiume il gittòe, onde il guardian di subito affogòe.

21

E, quando egli ebbe valicato il passo ed amendue le guardie abattute, ed e' si risposò, perch'era lasso delle percosse, c'have ricevute; e 'l meglio che poté, seggendo a basso, venne curando tutte suo' ferite. Po' valorosamente, come saggio, montò a cavallo ed uscí di suo viaggio.

22

E, cavalcando il franco damigello per un bel prato tutto pien di fiori, vide un palazzo fortissimo e bello, ma no' parea ch'avesse abitatore, però che porta, finestra o sportello no' si vedea da lato né di fuori. Nel prato sí v'avea mensa d'ariento, piena di cibi e d'ogni guarnimento.

23

E poi appresso vide sotto un pino un gran vaso d'argento pien di biada, ond'egli ismonta, di coraggio fino, perché per suo destrier molto gli agrada. Trassegli il freno e puosegli all'orino, perché rodesse, poi d'intorno vada. No' veggendo persona, fra sé pensa: —Sia ciò che puote!—e fussi posto a mensa.

24

Mangiando francamente, come quello ch'avea grande bisogno di mangiare, una porta s'aperse del castello, che facea sí grandissimo sonare, che maravigliar face quel donzello; sicché ristette e volsisi a guardare, ed e' vide venire un gra' giogante verso di sé con un baston pesante.

25

E da seder non si mosse costui, ma piú che mai mangiava alla sicura. Disse il giogante, quando giunse a lui: —Che ne fa' tu costá senza paura? Queste mense son messe per altrui, cioè per gente di miglior natura. E Bruto mangia prima quanto volle poi gli rispuose:—Deh, quanto se' folle!—

26

Se queste mense son per gentil gente, ed io mi tengo ben d'esser gentile, ché 'l padre mio fu molto soficiente, e suo paese molto signorile. A la corte del re, ch'è si possente, per ch'io vi mangi, no' manca' su' stile. E son venuto per portarne meco uno isparviere che 'l re Artú ha seco.—

27

Disse il giogante:—Oh! t'inganna il pensiero, ché gran semplicitá nel cor t'abonda; che sarebbe impossibile ad avere al piú prod'uom, che è 'n Tavola rotonda; ch'è per guardia del guanto piú vedere che quel palazzo intorno non cerconda, e, se compagni avessi un centinaio, ti veterebbe il passo il portinaio.

28

Però, deh, parti, e torna in tuo paese po' che ancora non t'è la vita tolta; lassa l'arme e 'l caval, ch'a le tue spese vo' ch'abbi manicato a questa volta.— Rispuose allora quel donzel cortese: —Per cosa molto grande ora m'ascolta, ch'io, prima che per te i' torni adrieto, teco saprò se l'arme mia han divieto!—

29

Disse il giogante:—Con questo bastone io n'ho giá morti piú di cinquecento; ma, perché tu mi par troppo garzone, sí perdonava al tuo gran falimento. Ora ti dico ch'i' ho intenzione di raddoppiarti la pena e 'l tormento. Ora va', monta a caval, che 'l ti bisogna, ch'io non ti voglio a piè, per piú vergogna.

30

Rispuos'allora il valoroso Bruto: —Non piacci a Dio che io monti in arcione, ched e' sarebbe troppo gran partito combattere a caval con un pedone! Or come cavalier prod' ed ardito —disse al giogante—fa' tua difensione!— E colla ispada fiede arditamente, ma no' che sangue gli uscisse niente.

31

Disse il giogante, di niquizia pregno: —Io te ne pagherò, se Dio mi vaglia!— col baston del metallo e non di legno, che lo menava come fil di paglia, e fedía Bruto con un tal disdegno, che di molt'arme addosso sí gli taglia, e feciolo per forza inginocchiare, sicché di morte e' cominciò a dottare.

32

E poi gli disse:—Po' che tanta noia t'ha fatto il primo, che fará il secondo? Tu ci venisti per acquistar gioia, i' ti farò portar di morte pondo, ché veramente convien che tu muoia, sicché mal ci venisti a questo mondo.— E la mazza levò co' gra' tempesta, volendo dare a Bruto in su la testa.

33

E, quando Bruto vidde la colonna, cioè 'l baston che 'l giogante have 'n alto, ed e' si ricordò della sua donna, e' ferí lui sopra 'l lucente smalto, sicché, per che di ferro avesse gonna, poco gli valse allo secondo assalto: e' diedegli tal colpo in su la spalla che col bastone il braccio a terra 'valla.

34

—Deh! no' mi uccider, per lo tuo migliore —disse il giogante, sentendo tal pena,— ch'io ti recherò il guanto del signore, e tu potrai intanto prender lena. —Tu mi vogli ingannare, o traditore!— rispose Bruto, e dèttegli una mena. Ed e' per téma della morte volse, e menol seco dov'il guanto tolse.

35

E, come Bruto il guanto ell'ha spiccato, e grande istrida dentro si levâro, e non vi si vedeva in nessun lato chi si facesse il pianto cosí amaro. Ed egli vettorioso torna al prato, e montò al destriero allegro e gaio, e cosí cavalcò parecchi giorni pur per pratelli di bei fiori adorni.

36

E, riguardando, vede dalla lunge il palazzo real dello re Artú, e forte degli sproni il destrier punge, tanto ch'a quella porta giunto fu; e, siccome alla porta mastra giunge, mostrò il guanto e fu lasciato ire su da dodici guardian, che disson:—Passa, ché la tua vita sará molto bassa!—

37

Signor, sappiate che secento braccia aveva di lunghezza quel palazzo, e d'ariento avea 'l tetto e la faccia e dentro d'oro le mura e lo spazzo, iscala e panca v'ha, che ciascun saccia, ch'eran d'avorio, intagliate a sollazzo e sonvi d'oro altri sette iscaglioni. Sedevi re Artú con suo' baroni.

38

E Bruto arditamente per la scala montò, pensando di tal novitade; e, quando giunse in su la mastra sala e vide il re con tanta nobiltade, con riverenza inginocchiando cala e salutollo con benignitade. E re Artú gli rendé suo saluto, benché ma' piú no' lo avesse veduto.

39

—Perché venisti a meco, in questa corte?— disse un di que' baroni in corte. Piano rispuose Bruto con parole accorte: —Venuto son per lo sparvier sovrano.— Disse 'l baron:—Per cosí fatta sorte, credo che tu sara' venuto invano! Onde ti move ardir di cheder dono, che piú di mille giá morti ne sono?—

40

Bruto, pensando di quella ch'egli ama, rispuose lietamente a quel barone, dicendo:—Lo sparvier di sí gran fama i' non dimando senza gran cagione, ch'i'ho l'amor della piú bella dama che niun altro di questa magione. E, se alcun ci è che voglia contastare, per forza d'arme gliel tolgo a provare!—

41

Rispose quel baron:—Siene a la pruova! Però ch'io vo' difendere la mia 'manza, ch'a petto a lei la tua non val tre uova, però che di beltade ogn'altra avanza. E veramente, anzi che tu ti muova, confessar ti farò co' mia possanza.— E 'n un pratello si furono armati dentro al palazzo, e furonsi isfidati.

42

E ferirse l'un l'altro co' la lancia sí forte, che le rupper negli scudi, e, poi che dato s'ebben cotal mancia, miser mano a le spade i baron drudi; e l'uno e l'altro non pareva ciancia, quando si riscontrâr co' ferri ignudi; e 'l baron per tal forza Bruto offese, che de l'elmo tagliò quanto ne prese.

43

E Bruto si ricorda su quell'ora di quella donna per cui amor fa questo, di che el rinvigorisse e risan'ora; e con la spada in mano, ardito e presto, ferie 'l baron, sí che senza dimora in su la terra cadde manifesto. Volendosi levare a questo tratto, e Bruto smonta ed uciselo affatto.

44

E poscia se n'andò ritto a la stanga e tolse lo sparvier, la carta e' cani e partendosi disse:—A Dio rimanga lo re Artú con i suoi baron sovrani!— E tutta quella corte par che pianga ch'un uom cosí gaiardo s'allontani. Lecenziato dal re, che se ne vada, vettorioso tornò a sua contrada.

45

E giorno e notte tanto ha cavalcato, ched egli giunse a la donna selvaggia, quella che prima gli aveva insignato come salir si voleva tal piaggia, e, poi che 'l suo saluto gli ha donato, ed ella gli responde come saggia: —Ben sia venuto, per le mille volte, sí fatto amante, che no' l'hanno molte!

46

E poi con baci e con abbracciamenti gran pezza il tenne, senz'altro fallace, e poi li disse:—Mò che t'argomenti di ritornare a tua donna verace?— Ed e' le disse:—Se tu te contenti, i' farò volentier ciò che ti piace.— E ringraziolla di coraggio fino, poi si partí e tornò a suo cammino.