SCENA II

GHERARDO, VIRGINIO e PEDANTE.

GHERARDO. De la dote quel che è detto è detto. La dotarò come tu vorrai; e tu aggiugni mille fiorini, quando tuo figliuol non si truovi.

VIRGINIO. Cosí sia.

PEDANTE. S'io non m'inganno, io ho veduto questo gentiluomo altre volte; né mi ricordo dove.

VIRGINIO. Che mirate, uomo da bene?

PEDANTE. Certo, questo è il padrone.

GHERARDO. Lascia mirar quel che gli piace. Debb'esser poco pratico in questa terra: ché, negli altri luochi, non si pon mente a chi mira come qui; ma si lascia mirar ognuno.

PEDANTE. S'io miro, io non miro sine causa. Ditemi: conoscete voi in questa terra messer Virginio Bellenzini?

VIRGINIO. Sí, conosco; e non potrebb'esser piú mio amico di quel che gli è. Ma che volete voi da lui? Se pensate d'alloggiar seco, vi dico che gli ha altre facende e che non vi pò attendere: sí che cercate pur altro oste.

PEDANTE. Voi sète per certo esso. Salvete, patronorum optime.

VIRGINIO. Sareste mai messer Pietro de' Pagliaricci maestro di mio figliuolo?

PEDANTE. Sí, sono.

VIRGINIO. Oh figliuol mio! Trist'a me! Che nuove mi portate di lui? ove il lasciaste? ove morí? perché sète stato tanto ad avvisarmi? ammazzoronlo quei traditori, quei iudei, quei cani? Figliuol mio! Era quanto bene io avevo al mondo! O caro maestro mio, presto! Ditemelo: ve ne prego.

PEDANTE. Non piangete, messer, di grazia.

VIRGINIO. Oh Gherardo, genero mio! Ecco chi m'allevò quel povero figliuolo mentre che visse. Oh maestro! O figliuol mio, dove se' tu sotterato? Sapetene nulla? ché non mel dite? ch'io muoio di voglia di saperlo e di paura di non intender quello ch'io intenderò.

PEDANTE. O padron mio, non piangete. Perché piangete?

VIRGINIO. Non piangerò io un cosí dolce figliuolo? cosí savio? cosí dotto? cosí bene allevato? che quei traditori me l'ammazzorono.

PEDANTE. Iddio ve ne guardi, voi e lui. Vostro figliuolo è vivo e sano.

GHERARDO. Mal per me, se questo è. Perdut'ho io mille fiorini.

VIRGINIO. Vivo e sano? Che? Se cosí fusse, saria ora con voi.

GHERARDO. Virginio, conosci ben costui, che non sia qualche barro?

PEDANTE. Parcius ista viris, tamen obiicienda memento.

VIRGINIO. Ditemi qualche cosa, maestro.

PEDANTE. Vostro figliuolo, nel sacco di Roma, fu prigione d'un capitano
Orteca.

GHERARDO. State a udire, ché ora comincia la favola.

PEDANTE. E perché gli era a compagnia con due altri, pensando d'ingannarsi, secretamente ci mandò a Siena. Di lí a pochi giorni venn'egli dubitando che quei gentiluomini sanesi, che sono molto amici del dritto e del ragionevole e molto affezionati a questa nazione e sopra tutto uomini da bene, non glie lo tollesseno e liberasseno. Lo cavò di Siena e mandò a un castel del signor di Piombino; e per usque millies ci fece scrivere per mille ducati di taglia che gli avea posto.

VIRGINIO. Figliuol mio! Straziavanlo, almanco?

PEDANTE. Non certo; ma il trattavan da gentiluomo.

GHERARDO. Io sto con la morte alla bocca.

PEDANTE. Non avemmo mai risposta di lettere che noi mandassemo.

GHERARDO. Tu intendi. Che sí che ti cavará di man qualche scudo?

VIRGINIO. Segue.

PEDANTE. Or, essendoci condotti col campo spagnuolo in Corregia, fu questo capitano ammazzato; e la corte prese la sua robba e noi ha liberati.

VIRGINIO. E dov'è il mio figliuolo?

PEDANTE. Piú presso che non credete.

VIRGINIO. È forse in Modana?

PEDANTE. Se mi promettete il beveraggio, quia omnis labor optat praemium, io vel dirò.

GHERARDO. Or questa è la cosa, truffatore!

PEDANTE. Voi avete il torto. Truffatore io? Absit.

VIRGINIO. Prometto ciò che voi volete. Dove è?

PEDANTE. Nell'ostaria del «Matto».

GHERARDO. La cosa è fatta: i mille fiorini son giocati. Ma che mi fa a me? Pur ch'i' abbi lei, mi basta. Io son ricco d'avanzo.

VIRGINIO. Andiamo, maestro, ch'io non credo veder quell'ora ch'io 'l vegghi, ch'io l'abbracci, ch'io 'l baci e lo pigli in collo.

PEDANTE. Padrone, oh quanto mutatur ab illo! E' non è piú fanciullo da pigliare in collo. Voi non lo conoscereste. Gli è fatto grande. E so certo che non riconoscerá voi, cosí sète mutato! Praeterea avete questa barba, che prima non la portavate; e, s'io non vi sentivo parlare, non vi arei mai conosciuto. Che è di Lelia?

VIRGINIO. Bene. Gli è fatta grande e grossa.

GHERARDO. Come «grossa»? Se gli è cotesto, tientela; ch'io, per me, non la voglio.

VIRGINIO. Oh! oh! Io dico che gli è fatta giá una donna. O maestro, io non v'ho ancor baciato.

PEDANTE. Padrone, io non dico per vantarmi; ma io ho fatto per il vostro figliuolo… so ben io. E n'ho avuta cagione, ch'io non lo richiesi mai di cosa che subito egli non s'inchinasse a farla.

VIRGINIO. Come ha imparato?

PEDANTE. Non ha perduto il tempo a fatto, ut licuit per varios casus, per tot discrimina rerum.

VIRGINIO. Chiamatelo un poco fuore; e non gli dite niente. Vo' veder se mi conosce.

PEDANTE. Egli era uscito dell'ostaria poco fa. Veggiamo se gli è tornato.