SCENA II

CRIVELLO, FLAMMINIO e CLEMENZIA balia.

CRIVELLO. Io l'ho veduto in casa di Clemenzia balia con questi occhi e udito con questi orecchi.

FLAMMINIO. Guarda che fusse Fabio.

CRIVELLO. Credete ch'io nol conoscesse?

FLAMMINIO. Andiam lá. S'io 'l truovo…

CRIVELLO. Voi guastarete ogni cosa. Abbiate pazienzia fino ch'egli esca fuore.

FLAMMINIO. E' nol farebbe Iddio ch'io avessi piú pazienzia.

CRIVELLO. Voi guastarete la torta.

FLAMMINIO. Io mi guasti. Tic, toc, toc.

CLEMENZIA. Chi è?

FLAMMINIO. Un tuo amico. Viene un poco giú.

CLEMENZIA. Oh! Che volete, messer Flamminio?

FLAMMINIO. Apre, ché tel dirò.

CLEMENZIA. Aspettate, ch'io scendo.

FLAMMINIO. Com'ell'ha aperto l'uscio, entra dentro; e mira se vi è; e chiamami.

CRIVELLO. Lasciate fare a me.

CLEMENZIA. Che dite, signor Flamminio?

FLAMMINIO. Che fai, in casa, del mio ragazzo?

CLEMENZIA. Che ragazzo? E tu dove entri, prosuntuoso? vuoi intrare in casa mia per forza?

FLAMMINIO. Clemenzia, al corpo della sagrata, intemerata, pura, se tu non mel rendi…

CLEMENZIA. Che volete ch'io vi renda?

FLAMMINIO. Il mio ragazzo che s'è fuggito in casa tua.

CLEMENZIA. In casa mia non vi è servidor nissun vostro; ma sí bene una serva.

FLAMMINIO. Clemenzia, e' non è tempo da muine. Tu mi sei stata sempre amica, ed io a te; tu m'hai fatti de' piaceri, ed io a te. Or questa è cosa che troppo importa.

CLEMENZIA. Qualche furia d'amor sará questa. Orsú, Flamminio! Lasciatevi un poco passar la collera.

FLAMMINIO. Io dico, rendemi Fabio.

CLEMENZIA. Vel renderò.

FLAMMINIO. Basta. Fallo venir giú.

CLEMENZIA. Oh! Non tanta furia, per mia fé! ché, s'io fussi giovane e ch'io vi piacessi, non m'impacciarei mai con voi. E che è di Isabella?

FLAMMINIO. Io vorrei che la fosse squartata.

CLEMENZIA. Eh! Voi non dite da vero.

FLAMMINIO. S'io non dico da vero? Ti so dir che la m'ha chiarito!

CLEMENZIA. E sí! A voi giovinacci sta bene ogni male, ché sète piú ingrati del mondo.

FLAMMINIO. Questo non dir per me: ch'ogni altro vizio mi si potrebbe forse provare; ma questo dell'essere ingrato, no, ché piú mi dispiace che ad uom che viva.

CLEMENZIA. Io non lo dico per voi. Ma è stata in questa terra una giovane che, accorgendosi d'esser mirata da un cavaliere par vostro modanese, s'invaghí tanto di lui che la non vedeva piú qua né piú lá che quanto era longo.

FLAMMINIO. Beato lui! felice lui! Questo non potrò giá dir io.

CLEMENZIA. Accadde che 'l padre mandò questa povera giovane innamorata fuor di Modena. E pianse, nel partir, tanto che fu maraviglia, temendo ch'egli non si scordasse di lei. Il qual, subito, ne riprese un'altra, come se la prima mai non avesse veduta.

FLAMMINIO. Io dico che costui non può esser cavaliere; anzi, è un traditore.

CLEMENZIA. Ascolta: c'è peggio. Tornando, ivi a pochi mesi, la giovane e trovando che 'l suo amante amava altri e da quella tale egli era poco amato, per fargli servizio, abbandonò la casa, suo padre e pose in pericolo l'onore; e, vestita da famiglio, s'acconciò con quel suo amante per servitore.

FLAMMINIO. È accaduto in Modena questo caso?

CLEMENZIA. E voi conoscete l'uno e l'altro.

FLAMMINIO. Io vorrei piú presto esser questo aventurato amante che esser signor di Milano.

CLEMENZIA. E che piú? Questo suo amante, non la conoscendo, l'adoperò per mezzana tra quella sua innamorata e lui; e questa poveretta, per fargli piacere, s'arrecò a fare ogni cosa.

FLAMMINIO. Oh virtuosa donna! oh fermo amore! cosa veramente da porre in esempio a' secoli che verranno! Perché non è avvenuto a me un tal caso?

CLEMENZIA. Eh! In ogni modo, voi non lasciareste Isabella.

FLAMMINIO. Io lasciarei, quasi che non t'ho detto Cristo, per una tale.
E pregoti, Clemenzia, che tu mi facci conoscer chi è costei.

CLEMENZIA. Son contenta. Ma io voglio che voi mi diciate prima, sopra alla fede vostra e da gentiluomo, se tal caso fusse avvenuto a voi, quello che voi fareste a quella povera giovane e se voi la cacciareste, quando voi sapesse quello che la v'ha fatto, se l'uccidereste o se la giudicareste degna di qualche premio.

FLAMMINIO. Io ti giuro, per la virtú di quel sole che tu vedi in cielo, e ch'io non possa mai comparire dove sien gentiluomini e cavalieri par miei, s'io non togliesse prima per moglie questa tale, ancor che fusse brutta, ancor che la fusse povera, ancor che la non fusse nobile, che la figliuola del duca di Ferrara.

CLEMENZIA. Questa è una gran cosa. E cosí mi giurate?

FLAMMINIO. Cosí ti giuro; e cosí farei.

CLEMENZIA. Tu sia testimonio.

CRIVELLO. Io ho inteso; e so ch'egli il farebbe.

CLEMENZIA. Ora io ti vo' far conoscer chi è questa donna e chi è quel cavaliere. Fabio! o Fabio! Vien giú al signor tuo che ti domanda.

FLAMMINIO. Che ti par, Crivello? Parti ch'io amazzi questo traditore o no? Egli è pure un buon servitore.

CRIVELLO. Oh! Io mi maravigliavo ben, io! Sará pur vero quello ch'io mi pensavo. Orsú! Perdonategli: che volete fare? In ogni modo, questa chiappola d'Isabella non vi volse mai bene.

FLAMMINIO. Tu dici il vero.