SCENA III

PASQUELLA, CLEMENZIA, FLAMMINIO, LELIA da femina e CRIVELLO.

PASQUELLA. Lasciate fare a me: ché gli dirò quanto me avete detto, ché ho inteso.

CLEMENZIA. Questo è, messer Flamminio, il vostro Fabio. Miratel bene: conoscetelo? Voi vi maravigliate? E questa medesima è quella sí fedele e sí costante innamorata giovane di chi v'ho detto. Guardatela bene, se la riconoscete o no. Voi sète ammutito, Flamminio? Oh! Che vuol dire? E voi sète quel che sí poco apprezza l'amor della donna sua. E questo è la veritá. Non pensate d'essere ingannato. Conoscete se io vi dico il vero. Ora attenetemi la promessa o ch'io vi chiamarò in steccato per mancatore.

FLAMMINIO. Io non credo che fusse mai al mondo il piú bello inganno di questo. È possibile ch'io sia stato sí cieco ch'io non l'abbi mai conosciuta?

CRIVELLO. Chi è stato piú cieco di me che ho voluto mille volte chiarirmene? Che maladetto sia! Oh! ch'io son stato il bel da poco!

PASQUELLA. Clemenzia, dice Virginio che tu venga adesso adesso a casa nostra perché gli ha dato moglie a Fabrizio suo figliuolo che è tornato oggi; e bisogna che tu vada a casa per metterla in ordine, ché tu sai che non vi sono altre donne.

CLEMENZIA. Come moglie? E chi gli ha data?

PASQUELLA. Isabella, figliuola di Gherardo mio padrone.

FLAMMINIO. Chi? Isabella di Gherardo Foiani tuo padrone o pure un'altra?

PASQUELLA. Un'altra? Dico lei. Flamminio, sapete bene che porco pigro non mangia mai pera marce.

FLAMMINIO. È certo?

PASQUELLA. Certissimo. Io son stata presente a ogni cosa; io gli ho veduto dare l'anello, abbracciarsi, baciarsi insieme e farsi una gran festa. E, prima che gli desse l'anello, la padrona gli aveva dato… so ben io.

FLAMMINIO. Quanto ha che questo fu?

PASQUELLA. Adesso, adesso, adesso. Poi mi mandorno, correndo, a dirlo a
Clemenzia e a chiamarla.

CLEMENZIA. Digli, Pasquella, ch'io starò poco poco a venire. Va'.

LELIA. O Dio, quanto bene insieme mi dái! Io muoio d'allegrezza.

PASQUELLA. Sta' poco, ché io ancora ho tanto da fare che guai a me! Voglio ire adesso a comprare certi lisci. Oh! Io m'ero scordata di domandarti se Lelia è qui in casa tua; ché Gherardo gli ha detto di sí.

CLEMENZIA. Ben sai che la v'è. Vuol forse maritarla a quel vecchio messer Fantasima di tuo padrone? che si doverebbe vergognare.

PASQUELLA. Tu non conosci bene il mio padrone: ché, se tu sapesse come gli è fiero, non diresti cosí, eh!

CLEMENZIA. Sí, sí; credotelo: tu 'l debbi aver provato.

PASQUELLA. Come tu hai fatto il tuo. Orsú! Io vo.

FLAMMINIO. A Gherardo la vuol maritare?

CLEMENZIA. Sí, trista a me! Vedi se questa povera giovane è sventurata.

FLAMMINIO. Tanto avesse egli vita quanto l'averá mai. In fine, Clemenzia, io credo che questa sia certamente volontá di Dio che abbia avuto pietá di questa virtuosa giovane e dell'anima mia; ch'ella non vada in perdizione. E però, madonna Lelia, quando voi ve ne contentiate, io non voglio altra moglie che voi; e promettovi, a fé di cavaliere, che, non avendo voi, non son mai per pigliar altra.

LELIA. Flamminio, voi mi sète signore e ben sapete, quel ch'io ho fatto, per quel ch'io l'ho fatto; ch'io non ho avuto mai altro desiderio che questo.

FLAMMINIO. Ben l'avete mostrato. E perdonatemi, se qualche dispiacere v'ho io fatto, non conoscendovi, perch'io ne son pentitissimo e accorgomi dell'error mio.

LELIA. Non potreste voi, signor Flamminio, aver fatta mai cosa che a me non fusse contento.

FLAMMINIO. Clemenzia, io non voglio aspettare altro tempo, ché qualche disgrazia non m'intorbidasse questa ventura. Io la vo' sposare adesso, se gli è contenta.

LELIA. Contentissima.

CRIVELLO. Oh ringraziato sia Dio! E voi, padrone, signor Flamminio, sète contento? E avertite ch'io son notaio; e, se nol credete, eccovi il privilegio.

FLAMMINIO. Tanto contento quanto di cosa ch'io facesse giá mai.

CRIVELLO. Sposatevi e poi colcatevi a vostra posta. Oh! Io non v'ho detto che voi la baciate, io.

CLEMENZIA. Or sapete che mi par che ci sia da fare? Che ve ne intriate in casa mia, in tanto ch'io andarò a fare intendere il tutto a Virginio e darò la mala notte a Gherardo.

FLAMMINIO. Va', di grazia; e contalo ancora a Isabella.