SCENA VII
FLAMMINIO e LELIA da ragazzo.
FLAMMINIO. È possibil, però, ch'io sia tanto fuor di me e mi stimi sí poco ch'io voglia amare a suo dispetto costei e servir chi mi strazia, chi non fa conto di me, chi non mi vuol pur compiacer sol d'uno sguardo? Sarò io sí da poco e sí vile ch'io non mi sappi levar questa vergogna e questo strazio da dosso? Ma ecco Fabio. Or ben, che hai fatto?
LELIA. Nulla.
FLAMMINIO. Perché sei stato tanto a tornare? Tu vorrai diventar un forca, sí?
LELIA. Io ho indugiato perch'io volevo pur parlare a Isabella.
FLAMMINIO. E perché non gli hai parlato?
LELIA. Non mi ha voluto ascoltare. E, se voi facesse a mio modo, pigliaresti altro partito e vi risolvaresti de' casi vostri: ché, per quel ch'io n'ho potuto comprendere insino a qui, voi vi perdete il tempo; ché la si mostra ostinatissima a non voler far mai cosa che vi piaccia.
FLAMMINIO. E, se 'l dicesse Iddio, l'ha pure il torto. Non sai che, or ora, passando di lá, si levò subito, come la mi vidde, dalla finestra con tanto sdegno e con tanta furia come s'ell'avesse visto qualche cosa orribile o spaventosa?
LELIA. Lasciatela andar, vi dico. È possibil che, in tutta questa cittá, non sia un'altra che meriti l'amor vostro quanto lei? Non vi è piaciuta mai altra donna che lei?
FLAMMINIO. Cosí non fusse! ch'io ho paura che questo non sia la cagion di tutto 'l mio male: perché io amai giá molto caldamente quella Lelia di Virginio Bellenzini di ch'i' ti parlai; e ho paura ch'Isabella non dubiti che questo amor duri ancora e, per questo, non mi voglia vedere. Ma io gli farò intendere ch'io non l'amo piú; anzi, l'ho in odio e non la posso sentir ricordare. E gli farò ogni fede ch'ella vorrá di non arrivar mai dove lei sia. E voglio che glie lo dica tu, a ogni modo.
LELIA. Oimè!
FLAMMINIO. Che hai? Par che tu venga meno. Che ti senti?
LELIA. Oimè!
FLAMMINIO. Che ti duole?
LELIA. Oimè! Il cuore.
FLAMMINIO. Da quanto in qua? Appoggiati un poco. Duolti forse il corpo?
LELIA. Signor no.
FLAMMINIO. E forse lo stomaco ch'è indebilito?
LELIA. Dico ch'è il cuore che mi duole.
FLAMMINIO. Ed a me, forse, molto piú. Tu hai perduto il colore. Vattene a casa: e fatti scaldare qualche panno al petto e far qualche frega dietro alle spalle; ché non sará altro. Io sarò or ora lá e, bisognando, farò venire il medico che ti tocchi il polso e vegga che male è il tuo. Dá' qua, un poco, il braccio. Tu sei gelato. Orsú! Vattene pian piano. A che strani casi è sottoposto l'uomo! Non vorrei che costui mi mancasse per quanto vale tutto 'l mio: ch'io non so se fusse mai al mondo servidor piú accorto, meglio accostumato di questo giovanetto; e, oltre a questo, mostra d'amarmi tanto che, se fusse donna, pensarei che la stesse mal di me. Fabio, va' a casa, dico; e scaldati un poco i piei. Io sarò or ora lá. Di' che apparecchino.
LELIA. Or hai pur, misera te, con le tue propie orecchie, dall'istessa bocca di questo ingrato di Flamminio, inteso quanto egli t'ami. Misera, scontenta Lelia! Perché piú perdi tempo in servir questo crudele? Non ti è giovata la pazienzia, non i preghi, non i favori che gli hai fatti; or non ti giovan gl'inganni. Sventurata me! rifiutata, scacciata, fuggita, odiata! Perché serv'io a chi mi rifiuta? perché domando chi mi scaccia? perché seguo chi mi fugge? perché amo chi m'ha in odio? Ah Flamminio! Non ti piace se non Isabella. Egli non vuole altro che Isabella. Abbisela, tenghisela; ch'io lo lasciarò o morrò. Delibero di non piú servirli in questo abito né piú capitargli innanzi, poi che tanto m'ha in odio. Andarò a trovar Clemenzia che so che m'aspetta in casa; e con essa disporrò quel che abbi da essere della vita mia.