SCENA VII
VIRGINIO, GHERARDO e FABRIZIO giovinetto.
VIRGINIO. Addio, buona fanciulla. Parti che questo sia abito conveniente a una tua pari? Questo è l'onor che tu fai alla casa tua? Questo è il contento che tu dái a questo povero vecchio? Almen fuss'io morto quando io t'ingenerai! ché non sei nata se non per disonorarmi, per sotterarmi vivo. Oh Gherardo! Che ti par della tua sposa? parti ch'ella ci facci onore?
GHERARDO. Cotesto non dich'io. Sposa, eh?
VIRGINIO. Ribalda, scelerata! Come ti starebbe bene che costui non ti volesse piú per moglie e non trovasse piú partito! Ma ei non guardará alle tue pazzie; e ti vuol pigliare.
GHERARDO. Adagio!
VIRGINIO. Entra costí in casa, sciaurata! che fu ben maladetto il latte che tua madre ti porse il dí ch'io t'ingenerai.
FABRIZIO. O buon vecchio, avete voi figliuoli, parenti o amici in questa terra a' quali appartenga aver cura di voi?
VIRGINIO. Guarda che risposta! Perché dici cotesto?
FABRIZIO. Perché mi maraviglio che, avendo voi tanto bisogno di medico, vi lascino uscir di casa; ché, in ogni altro luogo che voi fusse, vi terreben legato.
VIRGINIO. Legata dovevo io tener te, che mi vien voglia di scannarti!
Portami un coltello.
FABRIZIO. Vecchio, voi non mi conoscete bene; e ditemi villania, forse pensando ch'io sia forestiero. Ed io son cosí ben da Modana come voi e figliuol di sí buon padre e di sí buona casa come voi.
GHERARDO. Gli è bella, in fine. Se non c'è altro errore che quanto si vede, io la vo' pigliare.
VIRGINIO. E perché ti sei partita da tuo padre e dal luogo dove io t'avevo raccomandata?
FABRIZIO. Me non raccommandaste voi mai, ch'io sappia; ma il partir mi fu forza.
VIRGINIO. Forza, eh? e chi ti sforzò?
FABRIZIO. Gli spagnuoli.
VIRGINIO. E adesso donde vieni?
FABRIZIO. Di campo.
VIRGINIO. Di campo?
FABRIZIO. Di campo, sí.
GHERARDO. Non ne sia fatto nulla.
VIRGINIO. Oh sventurata a te!
FABRIZIO. Questo sia sopra di voi.
VIRGINIO. Gherardo, di grazia, mettiamola in casa tua, ch'ella non sia veduta cosí.
GHERARDO. Non farò. Menala pure alla tua.
VIRGINIO. Per mio amore, fa' un poco aprire l'uscio.
GHERARDO. Non, dico.
VIRGINIO. Ascolta un poco. E voi aviate cura che costei non vada altrove.
FABRIZIO. Io ho conosciuti molti modanesi pazzi li quali non contarei per nome; ma pazzi come questo vecchio, che non stesse o legato o rinchiuso, non viddi alcuno mai. Guarda che bello umore! È impazzato in questo, per quanto mi sono accorto: che i gioveni gli paion donne. Oh! Questa è molto piú bella pazzia che quella che il Molza disse della donna sanese che gli pareva essere una vettina: essendo piú propio delle donne aver poco cervello che de' vecchi che, per mille ragioni, deveno essere savissimi. E non vorrei per cento scudi non poter contar questa pazzia alle veglie, al tempo dei carnovali. Or vengono in qua. Vediamo quel che dicono.
GHERARDO. Io ti dirò il vero. Da un canto, mi pare; dall'altro, no.
Pure, se gli può domandare un poco meglio.
VIRGINIO. Vien qua.
FABRIZIO. Che volete, buon vecchio?
VIRGINIO. Tu sei ben trista, tu.
FABRIZIO. Non mi dite villania, ch'io non comportarò.
VIRGINIO. Sfacciata!
FABRIZIO. Oh! oh! oh! oh! oh! oh! oh!
GHERARDO. Lascial dire: non vedi che gli è scorrucciato? Fa' a suo modo.
FABRIZIO. Che vuol da me? che ho da far né con voi né con lui?
VIRGINIO. Ancor hai ardir di parlare? Di chi sei figliuola, tu?
FABRIZIO. Di Virginio Bellenzini.
VIRGINIO. Volesse Dio che tu non fusse! ché tu mi farai morir innanzi tempo.
FABRIZIO. Innanzi tempo muore un vecchio di sessant'anni? Tanto vivesse ognuno! Morite a vostra posta, ché sète vissuto troppo.
VIRGINIO. Tua colpa, ribalda!
GHERARDO. Eh! Lasciate queste parole. Figliuola mia e sorella mia, non si risponde cosí al padre.
FABRIZIO. Lascia andare i colombi, e' s'appaiano. Tutt'a due questi peccano d'un medesimo umore. E che bel caso! Ah! ah! ah! ah! ah!
VIRGINIO. Ancor ridi?
GHERARDO. Questo è un mal segno, a farsi beffe del padre.
FABRIZIO. Che padre? che madre? Io non ebbi mai altro padre che Virginio né altra madre che Giovanna. Voi mi parete una bestia. Che vi credete, forse, ch'io non abbi alcun per me?
GHERARDO. Virginio, sai che dubito? che, per maninconia, non abbi a questa povera giovane dato volta il cervello.
VIRGINIO. Trist'a me! ch'io me n'accorsi fino al principio, quando vidi che con sí poca pazienzia mi venne innanzi.
GHERARDO. No: questo poteva proceder da altro.
VIRGINIO. E da che?
GHERARDO. Com'una donna ha perduto l'onore, tutto 'l mondo è suo.
VIRGINIO. Io dico che l'ha qualche pazzia nel capo.
GHERARDO. Pur, si ricorda del padre e della madre; mentre par che non ti conosca.
VIRGINIO. Faciamola entrare in casa tua, poi che gli è qui vicina, ché alla mia non la potrei far condurre senza farmi scorgere a tutta la terra.
FABRIZIO. Che se consegliano quei rimbambiti, fratelli di Melchisedec?
VIRGINIO. Facciamo in prima con le buone tanto che noi la conduciamo dentro; poi, per forza, la serraremo in camara con tua figliuola.
GHERARDO. Che si faccia.
VIRGINIO. Orsú, figliuola mia! Io non voglio star teco piú in còlora. Ti perdono ogni cosa, pur che attendi a viver bene.
FABRIZIO. Vi ringrazio.
GHERARDO. Cosí fanno le buone figliuole.
FABRIZIO. Ecco l'altro rosto fresco.
GHERARDO. Orsú! Non v'è onore esser visti ragionar fuore in questo abito. Entratevene in casa. Pasquella, apre l'uscio.
VIRGINIO. Entra, figliuola mia.
FABRIZIO. Cotesto non farò io.
GHERARDO. Perché?
FABRIZIO. Perché non voglio entrar per le case d'altri.
GHERARDO. Costei sará una Penelope, beato a me!
VIRGINIO. Non diss'io che la mia figliuola era bella e buona?
GHERARDO. L'abito 'l mostra.
VIRGINIO. Ti vo' dir solamente una parola.
FABRIZIO. Ditela di fuore.
GHERARDO. Eh che non sta bene! Questa casa è la tua; tu hai da esser la mia moglie.
FABRIZIO. Che moglie? Vecchio bugia… bugiardo!
GHERARDO. Tuo padre mi t'ha pur promessa.
FABRIZIO. Che pensate ch'io sia forse qualche bagascia che si faccia, eh?…
VIRGINIO. Orsú! Non la far corrucciar. Odi, figliuola mia. Io non vo' far se non quel tanto che tu vorrai.
FABRIZIO. Eh, vecchio! Mi conoscete male.
VIRGINIO. Ode una parola qui dentro.
FABRIZIO. Dieci, non tanto una: ho forse paura di voi?
VIRGINIO. Gherardo, ora che voi l'avete qui drento, ordiniamo di serrarla in camara con tua figliuola fino a tanto che si rimanda pei suoi panni.
GHERARDO. Ciò che tu vuoi, Virginio. Pasquella, porta la chiave della camera da basso e chiama Isabella che venga giú.