SCENA VI

GHERARDO, VIRGINIO e PASQUELLA.

GHERARDO. Tu mi perdonarai. Se gli è cotesto, te la renuncio. E lasciamo stare ch'io penso che, se la tua figliuola ha fatto ciò, l'abbi fatto perché la non voglia me. Ma penso anco ch'ella abbi tolto altri.

VIRGINIO. Nol creder, Gherardo. Credi ch'io tel dicesse? Ti prego che non vogli guastar quel che è fatto.

GHERARDO. Io ti priego che non me ne parli.

VIRGINIO. Oh! Vòi mancar della tua parola?

GHERARDO. A chi m'ha mancato di fatti, sí: oltra che tu non sai se la potrai riavere o no. Tu mi vòi vendere l'uccello in su la frasca. Ho ben sentito, quando tu ragionavi con Clemenzia, il tutto.

VIRGINIO. Quando io non la riabbia, io non te la vo' dare; ma, s'io la riaverò, non sei contento che le nozze si faccin subito?

GHERARDO. Virginio, io ho avuta la piú onorata moglie che fusse in questa cittá e ho una figliuola che è una colombina. Come vòi ch'io mi metta in casa una che s'è fuggita dal padre e va per questa casa e per quella vestita da maschio, come le disoneste donnacce? Non vedi ch'io non trovarei da maritar mia figliuola?

VIRGINIO. Passato qualche dí, non se ne ragionará piú. Che credi che sia? E' non vi è altri che tu e io che lo sappi.

GHERARDO. E poi ne sará piena tutta questa terra.

VIRGINIO. E' non è vero.

GHERARDO. Quant'è ch'ella è fuggita?

VIRGINIO. O ieri o questa mattina.

GHERARDO. Dio 'l voglia. Ma che sai ch'ella sia in Modena?

VIRGINIO. Sollo.

GHERARDO. Or truovala e poi ci riparleremo.

VIRGINIO. Promettimi di pigliarla?

GHERARDO. Vedrò.

VIRGINIO. Or dimmi di sí.

GHERARDO. Nol dico, ma…

VIRGINIO. Or dillo liberamente.

GHERARDO. Adagio! Che fai costí, Pasquella? Che fa Isabella?

PASQUELLA. E che! Sta in ginocchioni dinanzi al suo altaruccio.

GHERARDO. Benedetta sia ella! Io ho una figliuola che sempre sta in orazione. È la maggior cosa del mondo.

PASQUELLA. Oh quanto ben dite! La digiuna tal vigilia che Dio vel dica; dice l'officio, come una santarella.

GHERARDO. Somiglia quella benedetta anima di sua madre.

PASQUELLA. Dice il vero. Oh quanto ben faceva quella meschina! Eran piú le discipline ch'ella si dava e i cilici ch'ella portava che non è quanto bene l'altre fanno oggi: limosiniera per la vita; e, se non fusse stato per amor di voi, non capitava né frate né prete né povarello a quello uscio che non ricettasse e non gli desse ciò ch'ella aveva.

VIRGINIO. Coteste eran buone parti.

PASQUELLA. Vi dico piú oltre che la si levò dugento volte, una e due ore innanzi dí, per andar alla prima messa de' frati di San Francesco, ché non voleva esser veduta né tenuta una pòrchita come fanno certe graffiasanti ch'io conosco.

GHERARDO. Come «pòrchita»? Che vuo' tu dire?

PASQUELLA. Pòrchita, sí; come si dice?

VIRGINIO. Cotesta è una mala parola.

PASQUELLA. So ch'io sentivo dir cosí a lei.

GHERARDO. Tu vuoi dire ipocrita, tu.

PASQUELLA. Forse. Ma vi dico che sua figliuola sará ancor piú di lei.

GHERARDO. Dio il voglia.

VIRGINIO. Oh Gherardo, Gherardo! Questa è colei di che aviam ragionato. Oh scontento padre! Forse che si nasconde o che si fugge per avermi veduto? Accostiamoglici.

GHERARDO. Vedi di non far errore, ché forse non è essa.

VIRGINIO. Chi non la conosceria? Non vegg'io tutti i segnali che m'ha dati suor Novellante?

PASQUELLA. La cosa va male. Che sí ch'io n'arò le mie!