SCENA V.
PROSPERA e GEREMIA GEREMEI dal fondo. Detti.
Prosp. — C'è questo signore che desidera un consiglio, signor Giuseppe.
Gius. — Veramente non farei più l'avvocato; ma poichè s'è disturbato a venire quassù, e non si tratta che di un consiglio...
Silv. — Mi permette di accompagnare la signora Prospera in giardino?
Gius. — Non mi lasci, pigli un giornale. (È vero che si contenta di sperare; ma non vorrei che sperassero in due).
Prosp. — Allora sarà per un'altra volta. (esce dal fondo)
Gius. — Con chi ho il piacere di parlare?
Ger. — Geremia Geremei, fabbricante di antichità e di decorazioni a scelta... Solamente a guardarmi lei capisce subito che non ho ammazzato nessuno, e che non vengo a disturbarla per cercare il modo di farla liscia colla giustizia. Amo anch'io la libertà, sebbene sotto certi aspetti si stesse meglio prima, e non c'è nessuno che mi valga nel far la guerra ai preti e nel sostenere i fondi pubblici... Ah! non ho superstizioni io: mangio salame e prosciutto tutti i venerdì...
Gius. — Un bel coraggio.
Ger. — Non lo dico per imbottirmi, sono un buon patriotta; e quando c'era la guardia nazionale buon'anima sua, non ero di quelli che pagavano cinque lire per sottrarsi al servizio! Piuttosto l'avrei fatto io per gli altri, se non mi avessero creduto degno del grado di caporale...
Gius. — Favorisca di venire al concreto.
Ger. — Subito. Il concreto è che m'hanno ficcato nei Giurati.
Gius. — Poichè è così buon patriotta...
Ger. — Sicuro; ma c'è un ma! Anzi ce ne sono parecchi dei ma! Prima di tutto sono abituato a fare tre piccoli pasti al giorno e non posso in coscienza espormi a farne uno solo, in un ambiente troppo caldo, col pericolo di essere preso dal sonno dinnanzi alla Corte mentre un tal peso gravita sul mio stomaco e sulla mia responsabilità. E poi come potrei espormi a firmare una sentenza di morte, io che ho letto Le ventiquattr'ore di Vittor Ugo condannato a morte? Mandare in prigione un disgraziato, io che so a memoria Le sue prigioni di Silvio Pellico? Non è possibile, sulla fede ch'io giuro! E per tutto l'oro del mondo... o almeno per una bella somma, non voglio espormi al pericolo di una vendetta per punire un uomo che a me non mi ha fatto proprio nulla. Ah! per difendere la società? Bellina la società! Ognuno per sè e Dio per tutti, dico io. E poi c'è dell'altro. Io ho preso moglie da poco.... Chi non fa la sua corbelleria? E mia moglie, non faccio per dire, è giovane e belloccia; lo sa e non le dispiace che glielo dicano. Ora lei mi capisce, colla bottega aperta al primo cavaliere venuto, con tutti i mosconi che ronzano attorno alla donna degli altri, lei converrà con me che non posso occuparmi delle birbonate fatte agli altri, mentre sono sicuro che tirano di farne una a me delle più solenni! Le decorazioni, venderle, questo sì... ma lasciare che gli altri decorino me, no! E poi, e poi che Giurati d'Egitto! Facciano i magistrati, li paghiamo per questo! E che dibattimento, dal momento che hanno potuto coglierli! Che reclusione, che galera! Costa troppo! E se non scappano dura così poco ora anche la galera a vita! Quattro palle nello stomaco ai ladri, dico io, e gli omicida, se non li vogliono impiccare, via, lontano lontano, in un'isola sotto la canicola e che sia tutta tutta ben circondata dal mare!
Gius. (che durante lo sproloquio di Geremia ha scambiato qualche sguardo col Silvestri). — Lo sono anch'io Giurato nel prossimo processo per l'affare Valori. Conosco poi le condizioni che possono esimere da quest'obbligo, che una volta parve il diritto più solenne e prezioso che ci abbia conferito la libertà!...
Ger. — Eh! già, me lo immagino; ma ora le sono quarantottate.
Gius. — Non le domando se sia elettore politico...
Ger. — Credo; ma non ho tempo da perdere.
Gius. — Se abbia compiuto i trent'anni e sappia leggere...
Ger. — Basta che non sia dinnanzi a molta gente.
Gius. — Se abbia subito delle condanne...
Ger. — Un po' di prigione per la guardia nazionale, prima dello scioglimento; nient'altro (ridendo) finora!
Gius. — Se non sia stato Segretario, Direttore o Ministro...
Ger. — Prima d'essere padrone, ero ministro, lo dico senza rossore.
Gius. — Questo sentimento lo onora; ma io parlo di Ministri di Stato.
Ger. — Eh! allora non le venderei le decorazioni!
Gius. — (Le porterebbe tutte lui!) E la salute è eccellente, mi pare?
Ger. — Per uno sposo non c'è male, mi contento.
Gius. — Allora bisogna rassegnarsi a fare il suo dovere, altrimenti incorre in una multa da lire trecento a mille con sentenza della Corte d'Assise, la quale porta con sè il rifacimento di ogni danno e spesa al tribunale, all'imputato ed ai testimoni che nel processo Valori sono oltre al centinaio.
Ger. (scattando in piedi). — E questa si chiama libertà? Alla fin fine non l'ho domandato io di fare il Giurato, e se anche ci fossi stato obbligato, mai per farlo per forza!
Gius. — Signor Geremia, non ho altro consiglio da darle.
Ger. (simulando di essere in collera). — E dal momento che con cinque lire si faceva montar la guardia da un altro, perchè non si può incaricarlo anche di fare il Giurato?
Gius. — Signor Geremei, se desidera anche la mia opinione su questo, le dirò gratuitamente che pretendere una patria senza leggi ed una libertà senza doveri equivale ad essere indegni della patria e della libertà.
Ger. — Avvocato, lei mi manca di rispetto!
Gius. — Sa, con me quest'artifizio non serve: sono venticinque lire che la invito a pagare il mio disturbo.
Ger. (mutando subito tono). — Venticinque lire un semplice consiglio, caro signore?
Gius. — Quando non è cento.
Ger. — Ma per un padre di famiglia?
Gius. — Se non ha preso moglie che ora!
Ger. — Sì; ma nella mia parentela siamo un po' come i conigli... Mettiamo quindici lire, via!
Gius. — Non mercanteggio. (suona il campanello)
Ger. (colla borsa in mano). — Gli affari vanno così male... Eccole un bel biglietto da venti lire, bell'e nuovo...