FANTASIME

Nella notte talora io dall'insonnia

Spinto e dal caldo delle stanze scendo,

E sovra l'erba nereggiante e soffice

O passeggio o mi stendo.

Dorme la villa e la campagna; il sibilo

Stizzoso ascolto delle ree zanzàre,

O d'un villano ad or ad or percotemi

Il gagliardo russare.

Ma poichè son poeta, io so prescindere

Dall'aspre realtà di questa terra;

Ecco uno stuol gentile di fantasime

Intorno a me si serra.

Quell'ombre care quinci e quindi balzano

Da ogni zolla più verde e più fiorita:

Di fior natura han forse estinte — d'angelo

Ebber natura in vita.

Oh! di mia gioventù vezzose, ingenue

Illusïoni, che già vive un giorno

E palpitanti d'uno spirto etereo,

M'eravate d'intorno;

Che come donne innamorate, stringermi

Al seno usaste in portentoso amplesso,

E che m'avete, all'orecchio parlandomi,

Tanto e tanto promesso;

Ora morte voi siete e più del gaio

Bisbiglio vostro non s'allieta il core;

Bensì talor l'ombre di voi m'appaiono,

Che già foste il mio amore.

L'imagin vostra innanzi allo spettacolo

Di cosa che i miei sensi meglio avviva,

L'imagin vostra ecco m'appar di subito

Siccome forma viva:

Per via, dinanzi al fiume od all'occiduo

Sole o alla luna o a stelle in ermo colle

O a una donna o, com'or, sotto le tenebre

E su fiorite zolle.

Oh venite, venite! ripetetemi

I vostri dolci ingannevoli accenti!...

Una allor mi s'accosta e pian mi mormora:

— Di me te ne rammenti? —

O ti rammento sì, bella, adorabile

Fata che l'avvenir mi popolavi

Di favolosi amori, e donne e vergini

Nelle braccia mi davi!

Dice un'altra: — Di me serbi memoria,

Che ti cingea di sempre verdi allori,

E il tuo nome faceva in tutta Italia

Ir famoso e anche fuori?

Susurra un'altra: — Ed io che farti ascendere

Seppi al poter. Seppi più volte farti

Ministro della Istruzione Pubblica

E delle Belle Arti! —

E un'altra ancora: — Ed io che usai soccorrere

A tue strettezze e seppi riempire

A te le tasche degli incalcolabili

Scudi dell'avvenire! —

— Ed io, ed io! — parecchie altre soggiungono;

O sì di tutte, e siete più di cento,

Oh di mia gioventù compagne amabili,

Di tutte mi rammento.

Venite ancor, venite a me! ch'io credere

Tuttavia possa a voi per brevi istanti,

Che mi parlate di poter, di gloria,

Di ricchezze e d'amanti.

Sì, come un dì, venite ed ingannatemi:

Fate ch'io possa toccarvi con mano...

Ma troppo è tardi; ombre vezzose, a stringervi

Io mi affatico invano.

La rozza realtà mi tocca stringere,

La rozza realtà che mi circonda:

Ahimè a quest'ora io mal riesco a illudermi;

So che è notte profonda.

Bensì un livido lampo senza requie

Dell'orizzonte s'agita ai confini,

Facendo il volto impallidire agli aurei

Astri eterni e divini.

Alcuni lumi piccioli si scorgono

Giù per la valle che alta notte ingombra;

Cani latrar lontanamente s'odono

Quà e là dentro quell'ombra.

La locusta riempie col monotono

Suo verso i solchi, stridon le zanzàre

Inviperite, e dal vicin tugurio

S'ode il villan russare.

Manda la coccoveggia dai comignoli

Il singulto che all'uom suona fatale;

Passa nell'aer nero una precipite

Forma ed un suono d'ale.

A letto, a letto! e tu, Sonno, soccorrimi,

Sonno, a noi di Natura almo presente,

Sonno, della serena ed impassibile

Morte gentil parente.