IDEALE
Come arrivarti, o idolo
Fatal che sì m'attiri?
Sei tu sogno o fantasima
Di mente che deliri?
Non hai quaggiù tu stanza,
Nè forma nè sostanza
Fuor che nel mio pensier?
Pure io non sono a pascermi
Di vacue larve avvezzo,
O se già fui, le imagini
Or cancellai da un pezzo,
Che ignara fantasia
Pinse alla mente mia
Nel tempo suo primier.
Ebbi varcato i limiti
D'adolescenza appena,
E non cercai nell'etere
De' versi miei la scena;
Cercai soggetto al canto
Fra gli uomini soltanto
Presso e dintorno a me.
Forse non più tra gli uomini,
Che tra le donne invero...
Or quell'ingenuo palpito
Più in me destar non spero;
Ma nell'immenso vano,
Fuori del senso umano,
La poesia non è.
Sol la natura e il vario
Gioco di nostra vita
A rallegrarci, a piangere,
A poetar ci invita;
E là ti celi, o mio
Bello e tremendo iddio,
Ch'io vo cercando invan.
In vaghe forme e labili
Bensì m'appari spesso,
Ma come io credo giungerti,
Tu fuggi al tempo stesso:
Così crudel miraggio
Per corsa e per viaggio
Non meno è a noi lontan.
Nei mille aspetti scorgerti
Della natura io credo.
Talor nelle più tenui
Parvenze pur ti vedo;
In valli oppur sui monti,
Nell'alba e nei tramonti,
In riva ai laghi e al mar,
Di bimbi e vaghe femine
Nel riso e nello sguardo,
Nei tre color siderei
Dell'italo stendardo;
E qual così scoprirti
In vario aspetto, udirti
In vario suon mi par.
Nel primo che alle vergini
Accento strappa amore,
Nel primo ancor che al pargolo
Accento insegna il cuore,
In ogni suon che molce
L'anima, la tua dolce
Voce udir sembra a me.
Ma degli insurti popoli
Nel grido, e nel concento
Dell'inclite vittorie
La tua gran voce sento,
E più il mio cor l'intese
Quando il gentil paese
Pianse l'onesto re.[1]
Ma che mi val l'ingenito
Amor di ciò che è vero.
Di ciò che è bello e nobile,
Se ad esso il magistero
Pari non è dell'arte,
Se far le oscure carte
Specchio di quel non so?
Così sfinge adorabile
Mi avvolge di possenti
Misterïosi fascini;
Ma delle renitenti
Forme ch'io sogno e adoro
L'alto segreto ignoro,
Nè inter mai lo saprò.
Mi lambe intanto gl'intimi
Precordi un tetro foco,
Ond'io mi crucio, ed essere
Non può che di me gioco
Faccia così una mera
Imagine, chimera
Fantastica, ideal.
Diva Beltà ch'io medito
Tu un sogno sol non sei;
Così potessi io giungerti;
Stringermi a te vorrei
In sì possente laccio
Ch'io ti morissi in braccio
Facendomi immortal.
TRAGEDIA UMILE[2]
Il Prologo
Una fanciulla sedicenne e ignara
Degli inganni d'Amore a lui si diede,
Che sedurla si piacque
Sotto sembianze di gentil garzone.
Ed or che il testimone
Ella del proprio errore in grembo porta,
Per vergogna e dolore
Insoffribil la vita le si rende,
Ed in funesti entusiasmi assorta,
L'atro braciere accende,
Sè stessa offrendo a morte e di sè stessa
Il frutto, il dolce frutto.
All'umile sua stanza innanzi tutto
Tura gelosamente ogni pertugio;
Di poi sul proprio letticciuol distesa,
Chiude gli occhi in attesa:
Pure durante il terribile indugio,
Mentre ancor poco a viver le rimane,
S'odono mormorar fra le pareti
Del cor di lei segreti
Accenti in bocca di persone arcane.
Voce della Vita
La dolce vita io sono,
Il bene immenso, il dono
Supremo che Natura all'uom concede.
Come in capo a un eroe donne amorose
Versan nembi di rose,
Così con ricca mano
I lieti giorni io verso.
Però lo spirto ha insano
Chi precipita a morte
Prima del tempo e volontario; a morte,
Che sollecita ahi troppo da sè stessa
Incontro all'uom s'affretta.
Voce della Fanciulla
Menzognera è la vita e frodi tesse,
Come quaggiù ogni cosa;
Ingannevoli son le sue promesse,
A imagine di fiori
Fra cui la serpe è ascosa.
Omai quaggiù nulla mi resta fuori
Che amarezze e vergogna;
E perciò appunto che a la morte agogna,
Non è il mio spirto insano.
Voce della Vita
Non incolpar la vita
Di tua crudel sventura
O vergine tradita:
L'uman consorzio pose
Dissidio tra sue leggi e la natura;
Al contatto dei sessi il rito impose,
Senza del quale è colpa
Il natural desio,
E il sen fecondo, orgoglio
Di tutte donne e lor somma dolcezza,
Torna per te in cordoglio
Ed in onta che il cuore e i dì ti spezza.
Voce della Fanciulla
Deh non foss'io di donna
Stata mai concepita,
Oppur come che sia,
Morta fossi da pria
Di conoscerti, o Vita!
Voce della Vita
Non dir così, fanciulla;
D'ogni miseria è peggior cosa il nulla;
Te l'invito dei sensi
E del tenero cuore,
Te l'ignoranza dei maschili inganni
Indussero in amore,
Onde il mio spirto esulta,
Ma per lo qual seguendo sua ragione,
Di cui poco a me cale,
La gente ahimè t'insulta.
Quindi il genio fatale
Dalla tua razza accusa,
Che danni da se stessa a sè procura;
Non la gioconda vita
E la gentil natura,
Perocchè bello e dolce sopratutto
È il respirar le lucid'aure e il blando
Raggio del sole e calcar l'alma terra,
Destare affetti e averne, e il molle frutto
D'amor cogliere amando.
Voce della Fanciulla
Me nessun ama, e nessun amo io stessa.
Voce della Vita
A torto, a torto pensi;
Il tuo figlio amerai;
Nè dubitar che tosto il giorno arrivi
Che saprà amarti egli medesmo; immensi
Gaudi e conforti avrai
Finalmente da lui,
Che la gioia miglior dell'esser vivi
È dar la vita altrui.
Voce della Fanciulla
Il dar la vita altrui
Sommo è per me dolore,
Com'è nascer da me somma sventura.
Come pianta nociva il fiore e il frutto
Detestati matura,
Così dappoichè madre s'interdice
Essere a me, felice
Non sarà il figliuol mio,
Chè con la vita l'onta
Da me riceve, nè battesmo alcuno
La tetra original macchia deterge.
Voce di uno Spirito
Io son lo spirto che le membra un giorno
Abiterà, che adesso
Il tuo grembo prepara:
Perchè, o madre, mi uccidi?
Perchè, perchè la cara
Vita mi togli pria che darla intera?
Voce della Fanciulla
La vita non ti diedi
Finor, però nulla ti tolgo. Vedi
Come del viver nostro ignaro sei,
Sospettando ch'io privi
Te della vita, mentre ancor non vivi!
Voce dello Spirito
Più che ai lamenti miei,
Ti fai sorda a te stessa,
Perocchè certo e per tua prova sai,
Come la madre intenta
Il figliuol proprio assai
Pria che prodotto al giorno
Nelle viscere sue viver si senta;
Le molte pene del suo stato altera
Sopporta e non si duole,
Perchè le fan testimonianza vera
Che palpitante prole
Già pria di nascer nel suo grembo ha vita.
Che più? sol perchè avverti
Che io ti palpito in seno a me procuri
E a te stessa la morte.
Voce della Fanciulla
Non è ver, non è vero;
Crudel così mi fanno,
Se pur crudel io sono,
Ahimè, l'amore e l'onor mio traditi.
Io morte cerco e spero
Per nostro minor danno,
Per fuggir vitupero
Ed estinguer sotterra il mio dolore.
Voce della Vita
Sommo danno è perir, dacchè la tomba
Non ha conforti; e molti n'ha la vita,
Per quanto dura sia.
Voce dello Spirito
A te l'infanzia mia
Gioie molte e soavi
Darà in compenso ai gravi
Travagli del tuo stato
Misero e disprezzato;
Ma fatto grande poi,
Coll'opra e il valor mio
Saprò d'utile affetto
Di calma e di rispetto
Colmare i giorni tuoi.
Voce della Fanciulla
Ahimè gli stenti di quaggiù malnoti
Ti sono e le durezze e l'aspra guerra,
Spirto che ancor, dove non so, ma certo
Molto alberghi lontan dall'umil terra;
Nei pelaghi tu nuoti
Del mistero infinito e poco esperto
Sei di questo fatale
E duro scoglio, ove nascendo approda
L'infelice mortale.
Ferrea necessità, tosto che nato,
Ti prenderà quaggiuso.
E converrà che dal mio petto escluso
O tu sia presto, o che la dolce infanzia,
Ahi la tua dolce infanzia,
Da me, da me, dalla tua madre istessa
Derelitta ed inferma
L'inedia il freddo e l'ignominia apprenda.
Che se a tal prova durerà la ferma
Tempra e la tua natura,
Non isperar ch'altra miglior ventura
Adulto poi t'attenda:
Il vile stato e la fatica rude
E il comun sprezzo e le ferine brame
Che il ben degli altri immeritato accende
E alfin la fame, ahimè l'abbietta fame
Il tuo spirto già stanco inaspriranno,
E sul tuo labro e nel tuo core acerbi
Sdegni per me porranno,
E per l'orrenda vita
Che or tu vuoi che ti serbi.
Voce dello Spirito
Come soldato in guerra,
Armi e valore in terra
Pari alla dura lotta
Che egli quaggiù sostiene
L'uom da Natura ottiene.
Voce della Vita
Sacro dono è la vita, e l'uomo assume
Virtù nascendo che di poco a un nume
Inferïor lo rende.
Voce del Terrore
Nè spavento infinito il cor t'assale,
O giovinetta frale,
Che l'ombra eterna affronti?
Impallidisce il forte
All'aspetto di morte, e tu non tremi?
Tutto, ben sai, non cessa
Cogli aneliti estremi;
Lurida fossa attende
La tua persona bella,
E sul molle tuo sen crescerà l'erba
Tetra: ma pene orrende
Al tuo spirto che a viver si ribella
Il Creator riserba.
Voce della Vita
Quando la Vita invece
Gli anni migliori appresta
A te di giovinezza,
E di bellezza a cui si farà molto
Omaggio e molta festa,
Di non comun bellezza
T'adorna il seno e il volto.
Voce del Terrore
Ma nell'orrida fossa ogni tuo vezzo
Turpe lezzo corrompe,
E una turba v'irrompe
Di mostruosi insetti,
Che la leggiadra spoglia
Dividono fra loro.
Peggio ancor del tuo spirito, che doglia
Incessabil costringe...
Non odi il pianto acuto
Ch'esce dal fiero loco?
E dei castighi eterni
Già non discerni il foco?..
Voce della Fanciulla
Ahimè! chi mi soccorre?
Un artiglio di ferro il cor mi preme,
Che respirar mi toglie, e sento insieme
Fuso piombo che corre
Nelle mie fauci ardenti;
Chi per tal modo m'incatena al duro
Giaciglio ch'io non possa
Solo un po' sollevar l'ossa dolenti
E rivolgere il fianco?
Ancor vivere io voglio... io giovin sono...
Aita! aita! io manco.
Ahimè quali funeste
Larve passan dinanzi agli occhi miei,
E che voci son queste
Di cui m'arriva il suono
Terribile? Morir più non vorrei...
Chi mi soccorre! Aita!
Canto della Morte
Oh fanciulla dolente
A te soccorro io stessa:
Grande io sono e possente;
Pure la ferrea sorte
E al mio voler sommessa,
Però ch'io son la Morte.
Io la suprema aita
Sono, o fanciulla, in terra;
Chi stanco della vita
A me fidente viene,
Sicuro porto afferra
E sacra pace ottiene.
Ma il pavido mortale,
Che raramente è saggio,
Giudica a torto e male
L'opra ch'io compio, e chiama
Stolto, anzi vil coraggio
Quel che m'invoca e brama.
Egli da me rifugge
E orribil m'affigura;
Se reo malor lo strugge,
Ancor di me che arrivi
Teme, e di così dura
Esistenza lo privi.
Stolto! solo il dolore
Ispiri a lui temenza,
Che, re sinistro, l'ore
E i giorni suoi governa...
La vita è sofferenza,
La morte è calma eterna.
Ma all'uom la calma incresce,
E a lui soffrir più giova
Che baldo e giovin cresce.
Lo intendo io ben, l'intendo;
Faccia del viver prova,
Io più tardi l'attendo;
Se pria l'ardor che ha in seno
Però me non provòchi.
Se pria però in terreno
Sparso d'umana clade,
Anch'egli fra non pochi
Nei lacci miei non cade:
Chè spesso l'uomo insano
E involontario affretta
L'opera di mia mano;
Nè vale il gran terrore,
Che in mio poter nol metta
Stoltezza assai peggiore.
Ma tu che in tua sventura
Il nume mio propizio
T'invocavi sicura,
Domar sappi a tua volta
La tema e il pregiudizio
Della tua razza stolta.
Non ti colga spavento:
Dove il mio bacio io posi
Ogni dolore è spento:
L'umana indole cessa
E lieti e dolorosi
Sensi muojon con essa.
L'amplesso mio racchiude
Virtù così efficace
Ch'ogni uman senso esclude;
Gioia o dolore umano
Al cor reso incapace
Quindi urterebbe invano.
È un singolar concetto
Il gaudio eterno o il pianto
Di ciò che reso inetto
Al gaudio e al pianto invece
Si tramuta frattanto
Con incessante vece.
Vieni fanciulla; posa
In seno a me la testa;
Nelle mie braccia ascosa
L'arcano sonno avrai
Da cui non si ridesta
Occhio a pianger più mai.
A me dunque abbandona,
A me che ti sto innante,
La misera persona;
Celami in sen la faccia,
Dormi siccome infante
Nelle materne braccia.
L'Epilogo.
Siccome infatti il pargolo subisce
Della canzon materna il molle incanto,
E lento s'assopisce;
Così il funereo canto,
Che alla fanciulla dentro il cuor risuona,
Di letale sopor tutta l'invade,
E a poco a poco in braccio della morte
Addormentata cade.
Or poi che il giorno cresce,
E le vicine sue fannosi accorte
Ch'ella, siccome usava, ancor non esce,
Picchiano all'uscio, invano.
Allora alfin la porta
Si atterra, e si discopre
Che la fanciulla è morta.
Narra il giornal con poche e indifferenti
Parole il mesto caso,
Nella cronaca urbana,
Ma al poeta solingo fra le genti
Nessuno sfugge benchè lieve aspetto
Della miseria umana;
Ei l'umil grido intende
Dell'infima sventura,
Che il suon del mondo affaccendato copre,
E la tragedia oscura
Per opera di lui nota si rende.