MIRAMAR

(Note di viaggio)

Benchè egli fosse un arciduca austriaco,

Che il diavolo mi porti s'io non caccio

Dentro il mio scartafaccio

Quattro versi d'encomio

Pure a costui, che fece un così bello

Elegante castello

Su queste balze inospiti.

Se della sanguinaria, ma non tragica

Razza d'Asburgo nacque, egli al postutto

Di ciò non venne istrutto

Da pria, nè potea sciegliere:

La Natura da pria non si consiglia

Con noi di qual famiglia

Ci garbi meglio nascere.

Io d'altra parte di costui non m'occupo

Se non perchè egli fu poeta e artista.

Da un tal punto di vista

Cosa migliore io giudico

Ch'ei di regal nascesse, benchè infesto

Sangue, più che d'onesto

Sangue di pizzicagnoli.

E infatti buon per lui, chè lo spettacolo

Grande dell'arte non gli fè difetto

Fino da pargoletto,

Quando alle prime imagini

Che ci mostra la vita, il cor s'informa,

E ne riceve norma,

Che gli anni non cancellano.

Buon per lui, cui fu tutta innanzi l'ampia

Terra dischiusa, ancor fanciullo essendo,

L'oceano e lo stupendo

Emisfero d'America.

Fanciullo avventurato! Al compimento

Del suo più baldo intento

Non si frappose ostacolo.

Più avventurato ancor, chè dello artistico

Ingegno egli poteva il grande appello

Tutto ascoltar: del Bello

Comporsi un culto, e tempio

Farne la casa sua, poich'egli senso

Ebbe del Nume, e censo

Più di re che di principe.

Così questa ei potea villa incantevole

E il fatato giardino e il picciol porto,

Così per suo diporto

Crear potea l'idillio

Non di parole, ma di marmi, e sulla

Ripa inamena e brulla

Far che fiorisse l'oasi.

Ma fu qui appunto fra la verde e amabile

Poesia ch'e' si venne a poco a poco

Creando in questo loco,

Qui fu che il gentilizio

Morbo del sangue principesco invase

Lui pure, e il persuase

Che re il volesse un popolo.

Io non so quale illusïon vi domini,

O prosapie d'antichi vïolenti,

Ch'abbian da voi le genti

La salvezza e il benessere.

Razza di lupi or tutti siete agnelli.

E pel ben dei fratelli

Vi condannate al solio.

Ma questa illusïon nessuno illudere

Può al giorno d'oggi più. Sotto le umane

Parole stan le arcane

Bramosie del dominio.

Tu, sciagurato Max, tu della moglie

Le ambiziose voglie

Non sapesti reprimere.

Così da questo di serene gioie

Cheto nido, affidati al dubbio evento,

Correste a perdimento.

Ella il senno smarriane;

Tu da sedizïoso avventuriero

Trattato fosti; e invero

Fu il modo spiccio e semplice.

Io lodare non voglio i tuoi carnefici.

Ma un lor diritto usarono. Sicuro,

Il più crudele e duro

Dei lor diritti. Mescerti

Tu non dovevi a quelle quistioni.

Se fecer da padroni

In casa lor, ben fecero.

Qual funesta malia te alle blandizie

Dell'arte nato tristamente colse,

E il cor gentile avvolse

E il tuo leggiadro spirito

Entro l'ambage occulta e disleale

Di questa imperiale

Tua sciagurata insania?

Vero sarebbe forse che giustizia

Domini l'empia storia, e il Fato attenda,

Ma senza dura ammenda

Non lasci quaggiù compiere

Infame opera alcuna? Ignoto è il tutto,

Senonchè peggior lutto

E peggior onta cogliere,

Non poteva la tua razza colpevole:

La feroce tua madre il pianto apprese

Delle madri che rese

Furono, ahimè, per opera

Di piombo e di capestro, e pei consigli

Di lei, orbe dei figli

Devoti all'egra patria.

Di dolore e di sdegno alto ulularono

Il borgo imperïale e per cotanta

Vergogna dei settanta

Arciduchi le squallide

Case; ma più che la tua morte, offese

Il modo, onta palese

D'Austria, ed invendicabile.

Sì lunghe braccia ella non ha che arrivino

Oltre cotanto mar, la truce e abbietta

Austrïaca vendetta;

Nè là può in laccio stringerle

Sopra i nemici suoi, come per norme

Antiche, nel deforme

Imperio era abitudine.

Ma adesso io non farò della retorica.

Noi vendicati fummo e con usura.

Se giaci in sepoltura

Tu invendicato, credere

Non potrai che di ciò molto m'affanni.

Sol che nel fior degli anni

Tu sia morto rincrescemi.

Perocchè fosti un cuor gentile e nobile:

E non foss'altro questo loco il prova,

Che vaga opera e nuova

Fu di poeta e principe.

Ma poema maggior laggiù sognasti,

E la tragedia andasti

Ahi, col tuo sangue a scrivere!

Qui a me frattanto ridono impassibili

Arte e Natura; e sol talor si sente

Rompere d'occidente

Siccome un secco e rapido

Crepitar di moschetti in questo loco,

Ma certamente è gioco

Della scherzevol aura.