NEL CHIOSTRO
Una donna nel fior degli anni suoi,
Ahimè! zitella e monaca,
Ratta trapassa e muta i corridoi
Del chiostro, e nel solingo
Tempio, con piè guardingo
Trepidando s'insinua.
L'agita da più giorni un senso arcano,
Profondo, indefinibile,
Contro del quale ogni cilicio è vano.
Or costei della chiesa
Sul duro suol prostesa
Le ginocchia si logora.
A lungo prega e si percote il seno.
Dai vetri alti e d'imagini
Sacre dipinti, un mite raggio pieno
Di calmi effetti scende
Nel loco, e più lo rende
Misterioso ed intimo.
Quivi penetra pur di maggio il molle
Fiato ed il misto effluvio
Voluttuoso delle aperte zolle
E degli alberi in fiore,
E d'augelli in amore
Uno schiamazzo gaio.
Male a codesto irromper di Natura,
Del chiostro mal s'oppongono
E del tempio le enormi e fredde mura.
Le voci e il gran respiro
Del maggio nel ritiro
Più segregato arrivano.
E ricercan le fibre e il seno oppresso
Di quella orante pallida,
A cui langue sul labbro e in cuore adesso
La fervida preghiera;
E la pupilla nera
Alza ella intorno, e palpita.
E contro un'arca sepolcral che sorge
Quivi appresso marmorea
Preme la fronte, e tenta se a lei porge,
Ch'arde in non so qual tetra
Fiamma, se quella pietra
Porge a lei refrigerio.
Giacea dentro quell'arca seppellito
Un guerrier morto giovine.
Ed il corpo di lui v'era scolpito
Sopra, in tutta armatura,
Qual di viso e statura
Fu durante il suo vivere.
Giacea supino e rigido in arnese
Di marmo e non d'acciaio;
Chiuse nel guanto avea le mani e stese
In croce sovra il petto;
Ritti dal duro letto
I piedi suoi s'ergevano.
Era il suo volto bello e sorridente;
Una sottil lanuggine
Ombreggiava il suo labbro adolescente,
Su cui di fanciullezza
Le grazie, alla fierezza
Del cavaliere univansi.
E a quel volto e a quel labbro ad ora ad ora
Cupidamente il trepido
Occhio volgea l'incerta donna, e ancora
Venia di quando in quando
Quel viso accarezzando,
Senza quasi avvedersene.
Ed ecco il sol posarsi su quel viso
Con un suo raggio roseo,
Che sembrò dargli vita all'improvviso,
La vergine su quelle
Giovani labbra e belle
Chinossi allor, baciandole.
Tenne costà sopra l'altar Maria
Gli occhi dimessi e immobili;
Ella sposa, ella madre compatia.
Ma un Santo scarmigliato,
Ch'ivi sul muro a lato,
Si struggeva di tedio,
Pensò che avria pur volentieri tanto
Mutata ei la cospicua
Condizione sua d'insigne Santo,
Coll'uomo che così scôrse
Esser baciato, e forse
Dannato era in perpetuo.
Sul duro sasso che ha virile aspetto
Inconscia ella ed immemore
Frattanto illividisce il labbro e il petto
In baci e strette vane.
A lungo ella rimane
Così in quel suo delirio.
Folle è dunque costei? Certo io non credo.
Bensì nel cuor le fervono
Venticinqu'anni; e il bel natio corredo
Di sue forze vitali
Non valser monacali
Veglie e digiuni a toglierle.
A lei la vita entro le vene abbonda
D'ottimo sangue turgide;
E di quel sangue la precipit'onda
Menava un novo senso,
Un desiderio intenso
Di gioie indefinibili.
Pure ignorava, e nella mente oscura
Larve ambigue ondeggiavanle,
Come ondeggian le nubi ed han figura
Ambigua in notte nera,
Allor che la bufera
Lenta nel ciel s'accumula.
E incerta ansia turbava e indefinita
Temenza quella misera;
Nè a calmarla valea della sua vita
Le durezze addoppiare,
Nè supplice all'altare
L'intero giorno spendere.
Perocchè eterna legge è di Natura
Che la fiorente e giovane
Donna d'amor la prima e dolce cura
Dall'uom fervido apprenda,
E non ritrosa ascenda,
Benchè pudìca, il talamo.
E del compagno i men sereni giorni
Irradii coll'ingenuo
Riso; di grazie la sua casa adorni;
Il desco suo circondi
Di rosei capi biondi; —
E ognor vita ripulluli.