STORIA D'OGNI DÌ
Si quoties homines peccant sua fulmina mittat
Iupiter, exiguo tempore inermis erit.
Ov. Trist. 2, 33.
Sull'imbrunir costà sotto le piante
Va passeggiando il giovine elegante.
Il bel garzone aspetta
A quanto pare:
Ecco arrivare
Allor la giovinetta,
La giovinetta ch'egli appunto attende;
Ei senz'altro a braccetto se la prende.
A braccetto la prende e se ne vanno:
Confidenze leggiadre insiem si fanno:
Anco si son diretti,
E senza fine,
Amabili occhiatine
E sorrisetti.
Sono così dov'ella sta venuti:
Quivi indugiano un pajo di minuti.
Quivi indugiano un pajo di minuti:
Fra lor si fanno teneri saluti:
Si tengono le mani;
Egli sommesso
Dice: «A domani,
All'ora e al luogo istesso.»
Peggio, avanzando oltre la soglia il piede
Vuole abbracciarla; ella resiste e cede.
Passa del tempo, e siamo in carnevale.
Si fa in teatro un baccano infernale.
Colà bizzarre genti
In frenesia;
Luce, strida, armonia,
Colà a torrenti.
Questa cosa si chiama il veglïone,
E ci van mascherate le persone.
Le persone ci vanno mascherate;
Due ne conosco che ci sono andate.
Ella è con lui venuta
In questo loco:
Ella è perduta,
O ci manca assai poco.
Cheta, cheta di casa ell'è sfuggita,
Per qui venire ove piacer l'invita.
Niun la conosce, ed ammirata è molto.
Snella, succinta, in rosea seta il volto,
E il mento s'incortina
In velo fosco.
Io ti conosco,
O bella mascherina;
Tu sei la bimba che a cercar l'amante
Venia, sei mesi fa, sotto le piante.
Passa del tempo; ed ecco all'ospedale,
Venire una fanciulla che sta male.
Ella sta mal di parto,
E partorisce.
Come imbrunisce
Il novellino parto
In quattro cenci con bel garbo è posto,
E con bel garbo ai Trovatelli esposto.
Non senza essere stata in fin di vita
Di puerperio ella è pertanto uscita.
Provò le doglie,
Or le cure leggiadre
E della madre
Il gaudio le si toglie.
Peggio ancora; di casa l'han cacciata,
E l'amante da un pezzo l'ha piantata.
Ma perchè il giovin caro, e a te posticcio
Sposo alfin s'è levato il suo capriccio,
E di quel ch'indi è nato,
Or non gli cale,
Col virginale
Il fior non è passato
Di tua bellezza, e se co' piè vezzosi
Premi la terra, irrompono altri sposi.
Bensì l'hanno di casa anche bandita,
Ed è pel duolo e pei digiuni attrita,
E non può lavorare,
E non servire:
Or come fare?
Ella non vuol morire.
Nè manca gente di sì buon volere,
Che a lei si presti con tutto il piacere.
Passa altro tempo ed ecco in luogo ascoso,
In luogo arcano, ch'io nomar non oso,
Viene a brillar novella
Un'altra stella,
Più di tutte gioconda
E invereconda.
Ella passò da pria di mano in mano.
Per venir poscia al luogo ascoso e arcano.
La sua pratica intanto d'avvocato
Il bravo giovanotto ha terminato.
Di lui molto si spera:
È dotto, esperto,
E farà certo
Un'ottima carriera.
Se sol per caso una fanciulla ei guata
Gode la mamma, e tiensene onorata.
Or come avvien, dich'io, ch'ei prende moglie
Che già la stanza nuzïal l'accoglie,
E non il tetto piomba,
E non la terra
Gli si diserra
In improvvisa tomba?...
Ahimè non basta il peccatuccio ignoto,
Ci vuol ben altro a farmi un terremoto!
Finir solennemente la ballata
Io sperai con la casa ruinata,
Col suol che si sprofonda
E l'empio inghiotte
Seduttore in profonda
Eterna notte... —
Ma! che volete? assai di rado avviene
Ciò che ai poeti meglio si conviene.