XV.

A questo carme, cui principio diedi

Triste al deserto focolar dappresso,

Io lietamente pongo fine appiedi

D'una culla sedendo invece adesso.

Ivi riposa il figliuol mio bambino

Il qual come tra nevi arcano fiore,

Tra i lini appar del candido lettino

Che a lui compon la madre ebbra d'amore.

Primogenito mio, che dalla intensa

Gioia d'un novo amor fosti concetto,

E non alfine poi dalla melensa

Abitudine ahimè del comun letto;

O primizia d'amor che la vitale

Origin bella hai nelle fibre impressa,

E in ogn'atto, e nel riso senza eguale,

E in tutta in tutta la persona stessa;

Bello come la madre e roseo e biondo,

Cui l'anima pensosa tuttavia

Della paterna stirpe all'occhio in fondo

Tra la nebbia infantil s'apre la via;

Putto che avrebbe Raffael sul seno

Posto alla Vergin sua più bella e pura,

Vegeto, vispo, sorridente, pieno

Dei miglior doni che può dar Natura;

Pargoletto gentil, che il nome porti

Del mio nobile padre e sei mio figlio,

Onde il passato e l'avvenir conforti,

Verso i quali man triste io levo il ciglio;

Se giusta forma io dar m'affido a questi

Affetti miei t'offendo e stolto sono,

E quantunque or tu dorma (e nol sapresti

Pur vegliando) ti chieggo ancor perdono.

Ma finchè tu riposi e insiem talora

Sorridi e mormorando alcun accento

Ricordi i giuochi tuoi sospesi or ora,

Mentre io qui seggo a vigilarti attento,

I pensier miei s'affollano d'intorno

Al tuo bel volto, e ai biondi ricci sparti,

E pigliano del verso il metro adorno

Per spontanea virtù, nel vagheggiarti.

Che se tu desto sei, forma migliore

Io trovo, forma di carezze e baci,

Alla soave poesia che in cuore

Mi mettono le tue grazie vivaci:

Ben so che tu non sei dal ciel disceso,

Nè un angioletto fosti pria che nato;

Voi per fingere gli angeli hanno preso

I pittori a modello e v'han copiato,

Voi figliuoli dell'uom piccioli e belli;

Poi mutando la causa nell'effetto

Non inventati a imagin vostra quelli,

Ma voi creati a immagin loro han detto.

Ma io che non ci tengo al sovrumano,

Qual sei più t'amo, dolce creatura

Di nostra razza, bel fanciullo umano,

Nato per opra di gentil natura.

Per le ingenue tue grazie e i tuoi sereni

Occhi la gloria di quaggiù si mostra,

Se è ver che d'altro tu quaggiù non vieni

Luogo più eccelso della terra nostra.

O Natura di cui supremo è intento

La vita, innanzi a te bacio la terra

Che l'uom calpesta altero, e a te stromento

È di quanti prodigi il mondo serra,

Mi prostro innanzi a te, saggia e possente

Natura, e movo a te calda preghiera;

Questa, che al figliuol mio vita recente

Donasti tu, fa ch'egli compia intera;

E allorchè fatto adulto e di sè stesso

Sicuro alfine l'ultimo saluto

Ei mi rivolga, al letto mio dappresso,

Non parrà a me che indarno io sia vissuto.