CAPITOLO XXVIII.

«Aggiugni quel veron. Come a te lice,

«Quai del conflitto sian le sorti or guata.

Schiller.

Gl'istanti del maggior pericolo sono sovente per l'uman cuore gl'istanti di aprirsi con maggior forza alla tenerezza e alla soavità degli affetti. Una agitazione se è troppo vivace ne mette in minor cautela su di noi medesimi, e ne astringe senza volerlo a palesare que' sensi, che in tempo di maggior calma avremmo almeno saputo nascondere, quand'anche ne fosse mancato vigore per allontanarli da noi. Trovatasi presso Ivanhoe Rebecca, maravigliò ella stessa del sentimento di piacere cui cedea in un momento che l'attorniavano pericoli per ogni dove, e poco dopo essersi quasi abbandonata alla necessità della disperazione. Avea sotto le dita il polso dell'infermo, e chiedendogli contezza di sua salute, gli accenti di lei spiravano tal che di patetico, da cui svelavasi come ella sentisse per Ivanhoe maggior premura di quanto avrebbe voluto confessare perfino a sè stessa. La mano le tremava, gli accenti le languivano le labbra, e solamente la richiamò alcun poco a sè medesima la fredda interrogazione del ferito: «Siete voi, giovinetta?» interrogazione onde fu obbligata a rammentare, che l'affetto impadronitosi dell'animo di lei nè era nè doveva essere corrisposto. Le sfuggì un sospiro che potea intendersi appena; poi le interrogazioni da esse indiritte al cavaliere sullo stato di sua salute presero il tuono tranquillo dell'amicizia. Ivanhoe le rispose di star meglio oltre quanto avrebbe osato sperare egli medesimo «e ne ringrazio» aggiunse «le vostre sollecitudini, o mia cara Rebecca.»

«Ei mi nomina la sua cara Rebecca» ella diceva a sè stessa «ma d'un tuono freddo e indifferente, che mal s'accorda col significato di tali voci. Il suo cavallo di battaglia, il suo cane da caccia, gli stanno più a cuore della povera figlia di Israele, scopo soltanto del suo disprezzo!»

«I patimenti fisici» continuò Ivanhoe «mi sono men duri da sopportare che le inquietudini dello spirito. Dai discorsi fatti da due armigeri rimasti finora presso di me, intesi com'io sia prigioniere; e nel cavaliere che li fece partire per dar opera a qualche fazion militare, scorsi il feroce Frondeboeuf; cosa da cui conchiudo trovarmi io nel castello di questo tiranno. Se ciò è, qual modo mi rimane a soccorrere lady Rowena e mio padre?»

«Egli non parla nè d'Isacco nè della figlia d'Isacco» proseguì meditando Rebecca; «noi non teniamo parte veruna nei suoi pensieri. Il cielo mi punisce, e a ragione, d'aver volti i miei troppo a lungo sopra di lui.» Dopo essersi in cotal guisa accusata dinanzi a sè medesima, narrò ad Ivanhoe le particolarità ch'ella sapeva, vale a dire che Bois-Guilbert e Frondeboeuf comandavano nella rocca; che molta mano di nemici la circondava, che non le era noto quai fossero gli assedianti. Lo ragguagliò di più del sacerdote cristiano giunto nel castello, e che a quanto parea dovea essere meglio istrutto del modo in cui si stesser le cose.

«Un sacerdote cristiano!» sclamò Ivanhoe. «Mi è d'uopo vederlo. Rebecca, fate ogni possibile per trovarlo, e condurlo alla mia presenza. Raccontategli come un uomo pericolosamente infermo ne implora spirituale soccorso, ovvero su di ciò ditegli quanto giudicate meglio, purch'io lo veda. Certamente è a me necessario il prendere o tentar di prendere una risoluzione; ma come il potrei ignorando quai cose succedano esternamente?»

Rebecca, studiosa di compiacere Ivanhoe, si avventurò al tentativo, poi mandato a vuoto, come vedemmo, dal giugner d'Ulrica; giacchè e l'una e l'altra donna stavano in agguato per trarre a sè quando passava il supposto frate. La Israelita pertanto ritornando all'infermo gli annunziò il cattivo esito della tentata prova.

Se la cosa spiacque ad Ivanhoe, non gli diede agio a fermar l'anima su tale rincrescimento il romore che da lungo tempo udivasi per tutto il castello, e che prodotto dagli apparecchi di difesa si fe' di repente più gagliardo cambiandosi in tumulto e clamori. Le frettolose pedate degli armigeri che correano su i bastoni faceano rintronare gli angusti anditi e le scale onde pervenivasi ai merli ed alle feritoie. A tale strepito aggiugneansi le voci de' cavalieri che eccitavano i soldati, indicando loro le cose da farsi; ma queste voci venivano spente il più delle volte dal fragor dell'armi e dalle grida di coloro cui venivano indiritti i comandi. Comunque terribile di per sè stessa una tale scena, le dava più orrido aspetto l'idea della successiva che da questa venia presagita, orrore non privo d'una certa sublimità di immaginazione, che anche in tai momenti sollevò la mente di Rebecca facile ad aprirsi alle grandi impressioni. In mezzo al pallor delle guance gli occhi le scintillavano, e scorgeasi nella voce di lei una mescolanza di tema e d'entusiasmo allorchè si diede a declamare, traducendolo al suo compagno, il versetto del sacro testo. «Si vedono sfavillar l'aste e gli scudi; s'odono il fischiar delle frecce, l'imperar dei duci, il gridar degli armati.»

Ma Ivanhoe, simile al cavallo bellicoso rimembrato nel decorso di questo tratto sublime, fremea d'impazienza sulle ferite che il rattenevan supino, e ceduto avrebbe quanto egli avea sulla terra per partecipare ai combattimenti, che questi confusi strepiti prenunziavano.

«Oh potess'io trascinarmi solamente a quella finestra!» egli esclamava. «Vedere almeno le nobili imprese di cui s'avvicina l'istante! Scoccare una freccia, sollevare un'azza, non fosse che per portare un sol colpo, ma che divenisse quello della nostra liberazione!... Inutili voti! Il mio corpo è spossato, siccome inerme è il mio braccio.»

«Non ismaniate così nobile cavaliere» gli disse Rebecca. «Lo strepito d'improvviso ha cessato. Forse non si vien oltre alle mani.»

«Voi non sapete nulla di tali cose!» le rispose con tuono d'impazienza il cavaliere. «Tale istante di taciturnità annunzia solamente che gli armigeri presero il luogo assegnato loro su i baluardi, annunzia che aspettano il momento dell'assalto. Quanto avevamo udito fin qui era unicamente il tuono foriero d'una procella lontana; è giunta l'ora che questa scoppierà in tutto l'apparato del suo furore.... Sì! gli è d'uopo ch'io tenti raggiugnere quella finestra.»

«Oltrechè non vi riuscireste» rispose Rebecca «ne verrebbe un ritardo notabile alla vostra guarigione.» Poi non vedendo una miglior via di calmarne le smanie: «Mi vi collocherò io medesima» con fermezza soggiunse «e vi darò conto di tutte le cose che succedono al di fuori.»

«Ciò non farete e ve lo proibisco» sclamò Ivanhoe con vivacità, «Ogni finestra, ogni apertura di questa rocca sarà d'ora innanzi scopo agli arcieri; e una freccia lanciata a caso....»

«Verrebbe a tempo» disse con sommessa voce Rebecca, e saliva intanto i gradini che conducevano alla finestra.

«Rebecca, mia cara Rebecca,» Ivanhoe continuò «non avvisaste mai questi essere passatempi da giovinetta. Non vi avventurate a ricevere qualche ferita e forse il colpo di morte. Vorreste voi procacciarmi l'eterno rimorso d'esserne stato io la cagione e che tal rimembranza avvelenasse il rimanente di que' giorni che voi m'avete salvati?... Almeno, se non posso smovervi dalla vostra idea, copritevi con quello scudo che la combinazione fa essere in questa stanza.»

Si attenne a tal suggerimento Rebecca, la quale munitasi dello scudo indicatole da Ivanhoe si collocò alla finestra con sì fatto accorgimento, che senza correre molto pericolo potea osservare tutto quanto accadea, e rendere Ivanhoe consapevole degli apparecchi d'assalto che si faceano dagli assedianti; divisamento che la situazione medesima di quella stanza favoriva assaissimo. Posta ad un angolo del corpo principale di questo edifizio, e scopriva tutte quante le cose operate al di fuori, e dominava le difese esterne, contra cui pareano doversi indirigere i primi sforzi degli assalitori. Si stavano tai difese in un fortino, nè alto, nè ampio di soverchio, ed inteso ad assicurare la porta di soccorso d'onde Frondeboeuf diede uscita a Cedric. Una fossa separava dal castello questo fortino, talchè se il nemico si fosse anche impadronito di esso, non perciò diveniva padrone della rocca, essendo facile il torgli colla medesima ogni comunicazione abbattendo i panconcelli che faceano ufizio di ponte. Il portello d'onde usciasi dal fortino corrispondeva in dirittura alla porta di soccorso, cinto essendo di forti pallizzati tutto il lavoro. Dal numero d'uomini messi a difendere un tal punto Rebecca giudicò, che contr'esso principalmente gli assediati temessero l'impeto dei nemici, e in tal giudizio si confermava al vedere come il maggior nerbo delle truppe assedianti si fosse collocato rimpetto al fortino medesimo, che era omai cosa evidente divisar eglino prender d'assalto, e riguardarlo siccome quella mira da cui si ripromettevano speranza di migliore successo.

La nostra Ebrea comunicò le osservazioni fatte ad Ivanhoe, non senza aggiugnere come un ragguardevole stuolo d'arcieri tenesse il lembo della foresta, non potersi però assegnarne il numero attesochè la maggior parte di essi gli alberi nascondevano.

«Indicatemi sotto qual bandiera campeggino» soggiunse Ivanhoe.

«Bandiera! non iscorgo nè bandiere, nè insegne.»

«Non comprendo. Da quando mai s'è inteso dire, che uomini marcino contra un castello senza spiegare bandiera? Nè saprete almeno darmi qualche indizio su i capi della spedizione?»

«La persona che si fa contraddistinguer dall'altre è un cavaliere coperto di negra armatura. Egli è il solo armato di tutto punto. A quanto sembra il rimanente di quelle schiere ne riceve i comandi.»

«Scorgete voi quale stemma ne fregi lo scudo?»

«Qualche cosa che somiglia ad una spranga di ferro e ad un catenaccio, e queste cose, s'io non erro, dipinte in azzurro sopra fondo nero.»

«Spranghe di ferro e catenacci! Non conosco qual cavaliere possa portar tale stemma, e lo direi mio nello stato a cui mi vedo ridotto. E l'impresa?»

«Come leggerla, se a questa distanza si discerne a fatica lo stemma, e ciò anche allora che lo scudo ripercuote i raggi del sole?»

«Nè assolutamente vedete altri capi?»

«Niuno da questa parte. Se ne troveranno forse dall'altra, perchè è credibile non essere il punto di castello ove guardiamo il sol bersaglio all'assalto. Ma eccoli che s'inoltrano.... Dio di Sion, ne proteggi! Quale spettacolo spaventoso! Coloro che marciano i primi si coprono di grandi scudi, e spingono innanzi una specie di muraglione fatto di tavole. Gli altri che li seguono dan volto agli archi, e adattano ad essi le frecce. Dio di Mosè, perdona alle creature che sono l'opera delle tue mani!»

Ma ne fu interrotto il dire dall'acuto squillo de' corni sassoni, segnal dell'assalto, cui dall'alto de' baluardi risposero le trombe e i timballi normanni per provare ai nemici di non temerli. Aumentavano il tumulto le grida che venivano dalle opposte parti: San Giorgio per l'Inghilterra! eran le voci che gli assalitori mettevano. Innanzi Bracy! — Beauséant, Beauséant! — Frondeboeuf alla riscossa! gridavano tutti insieme, ciascuno a norma del capo che li guidava, i drappelli degli assediati.

Ma la querela non era tale del certo da ristarsi in sole grida; e ai disperati sforzi degli avversari, gli assediati opposero una resistenza non men vigorosa. Gli arcieri, cacciatori di mestiere ed avvezzi quindi a ben valersi dell'arco ne' boschi, miravano con tanta aggiustatezza, che ciascuna apertura di muro ove qualche difensore si facea vedere, divenia bersaglio d'un nembo di frecce, delle quali ben poche andavan perdute: ognuna d'esse avea il suo destino, e le indirigeano ad ogni feritoia, ad ogni finestra, ove scorgevano nemici, o dove credevano possibile che se ne trovassero. Queste vigorose salve uccisero due o tre uomini della guarnigione, e molti ne ferirono. Ciò nullameno grandemente affidati nella bontà delle loro armature, e nel vantaggio di munita situazione, gli armigeri di Frondeboeuf e i loro confederati poneano nel difendersi un'ostinazione eguale all'accanimento degli assalitori, su i quali faceano piovere una continua grandine di pietre e frecce, e d'ogni genere d'attrezzi da gitto che danneggiavano gli assedianti più di quanto eglino, e peggio armati ed alla scoperta, potessero nuocere agli assediati. Il continuo fischiar delle frecce si udia meno, sol quando più forte era il gridare d'una delle due parti che avesse la peggio.

«Ed io dovrò qui restarmi come un frate nel suo chiostro» sclamò Ivanhoe «intanto che gli altri risolvono la lotta da cui la mia libertà o la mia morte dipendono? Mia cara Rebecca, osservate anche una volta alla finestra, ma abbiate ogni cura di coprirvi collo scudo. Osservate, e ditemi se gli assedianti guadagnano terreno.»

Con un coraggio fattosi in lei più vigoroso dopo una preghiera ch'ella volse colla mente al cielo in questo breve intervallo, Rebecca tornò alla finestra, prendendo ogni possibile cautela onde quelli ch'eran di fuori non la scorgessero.

«Ebbene! che vedete, o Rebecca?»

«Non vedo che un nuvolo di frecce, tanto fitto che i miei occhi ne sono abbarbagliati e incapaci di discernere color che le scoccano.»

«Non faranno nulla, se non cercano impossessarsi del castello a viva forza. Che giovano mai le frecce contra muraglie e baluardi di pietra? E il cavaliere che ha per suo stemma il catenaccio, come si conduce? Mi rileverebbe saperlo, perchè tal capitano, tai soldati.»

«Nol vedo.»

«Oh l'uomo vile che abbandona il governale all'infuriare della procella!»

«No, non lo abbandona che in questo punto, lo vedo. Ei s'affretta con un corpo di truppe verso lo steccato esterno del fortino. — I piuoli e i palizzati son già abbattuti a colpi di azza. Il grande pennacchio nero del cavaliere sovrasta a tutti i capi de' suoi compagni. — Han fatta una breccia nello steccato esterno del fortino. — Vi corrono. — Ne son respinti. Frondeboeuf è capo de' difensori del fortino: lo ravviso alla statura sua gigantesca. — Gli assalitori tornano a far impeto. La breccia è assalita e difesa, corpo contra corpo, uom contra uomo. Dio di Giacobbe! qual lugubre spettacolo! Direbbersi due oceani infuriati che i venti spingono l'un contra l'altro.»

Mia cara Rebecca, osservate anche una volta alla finestra, ma abbiate ogni cura di coprirvi collo scudo. Osservate, e ditemi se gli assedianti guadagnano terreno. pag. 256.

Ella si ritirò un istante per dar qualche pausa ai suoi occhi non avvezzi a tali scene d'orrore.

«Continuate ad osservare, o Rebecca» le disse Ivanhoe che prese equivoco sul motivo onde la giovane s'era ritratta. «Ora non correte più tanto pericolo, perchè si battono ad arme bianca, ed è quindi sminuito il lanciar delle frecce. Cara Rebecca, proseguite a darmi conto di quel che accade.»

Rebecca tornò dunque a fisar su quel campo lo sguardo, e quasi tosto esclamò: «Santi profeti della legge! Frondeboeuf e il cavalier Nero, corpo a corpo combattono sulla breccia. Quai grida mandano i soldati di entrambi i capi! Par che aspettino da un tal duello l'esito della pugna. Il cielo protegga la causa dell'oppresso, dell'innocente!» — Mandò indi un gemito: «Egli è caduto» gridò. «Egli è prosteso sul suolo.»

«Chi caduto?» chiese con enfasi Ivanhoe. «Per l'amor della santa Vergine, chi è prosteso sul suolo?»

«Il cavalier Nero» rispose in tuon costernato Rebecca — ma non corse un istante che mettendo voci di giubilo esclamò: «Sia benedetto il Dio degli eserciti! Si rialza; è in piedi, combatte, e si direbbe che il suo braccio vale per venti uomini. — Dio! gli è andata in pezzi la sciabola. — Ha afferrata l'azza d'un soldato. Ha messo alle strette Frondeboeuf. — Gli mena colpi disperati. — Il gigante vacilla come una quercia sotto la scure del legnaiuolo. — È caduto! è caduto!»

«Chi? Frondeboeuf?» gridò Ivanhoe.

«Sì, Frondeboeuf. I suoi armigeri si affrettano per soccorrerlo. Li guida il Templario. — Conducono Frondeboeuf entro il castello. — Il guerrier Nero è costretto a fermarsi.»

«Ma gli assedianti han già occupata la parte interna del palizzato?»

«Vi sono, vi sono. Spingono i nemici contro gli ultimi steccati. — Piantano scale. — Scalano! Gli uni sugli omeri degli altri! Li direste uno sciame d'api. Dall'alto delle mura gettan sopra di loro sassi, travi, tronchi d'alberi. — Ad ogni ferito che vien portato via, un altro combattente ne prende il luogo. Onnipotente Iddio! creasti tu l'uomo a tua immagine, per vederlo distrutto dalle mani medesime de' suoi simili?»

«Non pensate a ciò. Non è momento di abbandonarsi a tali meditazioni. Qual delle due parti ha il vantaggio?»

«Le scale son rovesciate, coloro che le coprivano atterrati, conquassati, feriti. Il vantaggio è degli assediati.»

«Per san Giorgio! e gli assedianti saranno vili a tal di fuggire?»

«No, no: tornano valorosamente a far urto contro al nemico. Il cavalier Nero è sempre alla prima fila. S'accosta brandendo un'azza alla porta del fortino. — Udite che sorte di colpi egli mena? Sonan più forte che lo scricchiolar dell'armi e il gridare de' combattenti. Gli fan piover addosso e sassi e tronconi. Ma egli non mostra accorgersene, come se fossero piume o falde di neve.»

«Per san Giovanni d'Acri!» disse Ivanhoe sollevando il corpo quanto il potè dal suo letto. «Non conosco in Inghilterra che un uomo solo capace di condursi in cotal guisa. Ah! perchè ora non m'è lecito secondarlo?»

«La porta del fortino cede» disse Rebecca «è atterrata, vi si lanciano entro. Il fortino è in potere degli assedianti: o mio Dio! precipitano nella fossa coloro che lo custodivano. O uomini! se siete veramente uomini, risparmiate i vostri simili ridotti a tale di non si poter più difendere.»

«Ma il ponte, il ponte che comunica col castello; gli assalitori ne sono essi i padroni?»

«Il ponte è distrutto. Il Templario dopo essere rientrato nella rocca con alcuni uomini del suo seguito, ha ritirati i panconcelli di cui era formato. Udite voi queste grida? annunziano il destino degli infelici che non poterono tenergli dietro. Oimè! la vittoria offre uno spettacolo più dolente ancora della battaglia.»

«Ditemi piuttosto che fanno ora. Osservate bene; non è in tali istanti che lo spargimento del sangue debba fare volgere gli occhi addietro.»

«Ora non se ne sparge più» rispose Rebecca: «i nostri amici si muniscono di difesa nel conquistato fortino, ottimo asilo per essi contro le frecce degli assediati. Se questi ne scoccano a quando a quando qualcuna, gli è piuttosto a fine di mettere in inquietezza i vincitori, che colla speranza di nuocere a persone già assai coperte contra i lor dardi.»

«Vorrei sperare che questi nostri soccorritori non tralasciassero un'impresa incominciata sì gloriosamente, e già coronata da un primo buon successo. Anzi ogni mia fiducia si riposa sul prode cavaliere, la cui azza ha atterrato Frondeboeuf, e rovesciata la portella del fortino. Non avrei creduto mai che vi fossero due uomini forniti di tanta forza e coraggio. Una spranga di ferro ed un catenaccio! A che mai si riferiscono tali emblemi? Nè vedete voi alcun altro segnale, che possa fornire nozioni più esatte sul cavalier Nero?»

«No. Tutta l'armatura ne è bruna quanto l'ala d'un corvo. Niun altro esterno segno lo dà a conoscere. Ma dopo il vigore e la prodezza da lui sfoggiati nel durar della pugna, mi assumerei ravvisarlo fra mille guerrieri. Ei si lanciava in mezzo alla mischia colla calma onde lo avreste veduto sedersi a mensa. Quanto egli opera non può dirsi unicamente effetto di forza di corpo, perchè tutta la sua anima, tutte le sue facoltà fisiche e morali, sembrano raccogliersi in lui ad ogni colpo ch'ei vibra sull'inimico. Dio gli perdoni il sangue da lui versato! Egli è uno spettacolo terribile e sublime parimente da contemplarsi, come il braccio e il valor d'un sol uomo bastino a trionfare d'una moltitudine di nemici.»

«Tai vostri accenti, o Rebecca, hanno dipinto un eroe. Credete pure che gli assalitori si giovano di tale pausa momentanea unicamente per mettersi in forze, e per apparecchiarsi a varcare la fossa. Sotto un tal duce, siccome quel che li guida, nè timore, nè pericoli li distorranno omai dal durare in nobilissima impresa, fatta più gloriosa dalle medesime difficoltà che la impacciano. Giuro per la sovrana de' miei pensieri, che sofferirei di buon grado dieci anni di cattività per combattere in tale occasione al fianco d'un cavaliere sì prode.»

«Oimè!» soggiunse la giovane Israelita, che ritraendosi dalla finestra si avvicinò al letto dell'infermo. «Queste impazienti brame, questa sete di gloria per cui angosciate, questo sconforto prodotto in voi dallo stato di languor che vi prostra, sono altrettanti ritardi al vostro risanamento. E come potete voi pensare a portar ferite ad altri, se non sono per anco rimarginate quelle che riceveste?»

«Non è di voi, o Rebecca, il comprendere quanto sia insopportabile cosa ad uomo nudrito nel vero spirito di cavalleria, il vedersi non men di un frate o di una donna condannato all'inerzia, e ciò allorquando vengono operati prodigi di valore pressochè al suo cospetto. L'amor delle pugne è l'essenza di nostra vita, e la polve sollevatasi dalle lizze è l'atmosfera entro cui respiriamo aere più libero. Non ne son cari i nostri giorni, non desideriamo serbarli se non se in contemplazione della gloria e della rinomanza che ce ne può derivare. Così vogliono, o giovinetta, le leggi della cavalleria, alle quali giurammo obbedire, alle quali sagrifichiamo di buon grado tutto quanto possiamo amare di più sulla terra.»

«Oh! ditemi, prode cavaliere. Non sarebbe mai questo un sagrifizio fatto al demone della vanagloria, un olocausto che attraversa le fiamme per essere presentato a Moloch? Qual prezzo vi rimane finalmente del sangue sparso, delle fatiche e de' patimenti cui v'abbandonaste, delle lagrime che le vostre sublimi geste fecer versare, qual prezzo allorchè la morte rompendo la lancia al guerriero, il rinversa dal suo corridor di battaglia?»

«Che ne rimane?» sclamò Ivanhoe. «Che ne rimane? La gloria, mia giovinetta, la gloria che a noi fregia meglio dell'oro le tombe, e immortali fa i nostri nomi.»

«La gloria!» riprese a dire l'Ebrea. «Oimè! ella è un trofeo d'armi corrose dalla ruggine e appese al monumento sotto cui gli avanzi del guerriero riposano; ella è una iscrizione cancellata dal tempo, e che il più dotto fra i vostri monaci è appena capace di leggere al viaggiatore trattosi a contemplarla. Son forse bastanti simili premii a compensare il sagrifizio degli affetti i più teneri e le molestie di una vita trascorsa fra gli affanni per dispensare parimenti affanni ai suoi simili? I rozzi versi d'un bardo possono aver tanto vezzo ch'uomo immoli alla smania di meritarli i sentimenti più soavi della natura? La pace e la felicità dell'animo saran dunque contenti da desiderarsi meno che il divenir l'eroe d'alcuna ballata solita a cantarsi da girovaghi menestrelli alle mense de' Grandi, intantochè i convitati s'inebbriano tra flutti di vino e di birra?»

«Per l'anima d'Everardo, mio bisavolo!» sclamò impazientito il cavaliere «voi andate discorrendo cose che non conoscete, o fanciulla. Voi dunque vorreste spento il puro fuoco della cavalleria, che è quanto distingue l'uom nobile dal villano, il cavaliere dall'aratore, quanto è cagione che s'apprezzi più assai l'onor della vita! quanto ne fa sopportare con fermo animo le fatiche, i patimenti, i disastri, quanto ne insegna a non temere null'altro fuor dell'obbrobrio! Voi non siete cristiana, o Rebecca, nè quindi in istato di dare il lor giusto valore a quegli alti sentimenti, onde palpita il seno di chiara donzella, allorchè il campione della medesima ne giustificò l'amore colle prodezze operate dal proprio braccio. Son figli della cavalleria gli affetti i più ardenti e i più puri, della cavalleria soccorritrice degli oppressi, ristoratrice delle ingiurie, domatrice dell'ingiusto poter di tirannide. Togliete la cavalleria, non saranno che vani nomi nobiltà e libertà; chè a protegger questa ultima vaglion soltanto la lancia e la spada de' cavalieri.»

«Scendo da una schiatta» soggiunse Rebecca «il cui coraggio s'immortalò nella difesa del proprio paese, e che nondimeno, quand'ebbe una patria, non guerreggiava se non se per comando di Dio, o per difendersi dagli oppressori. Ma lo squillo della tromba guerriera non risveglia più Giuda, e gli sprezzati figli di Giuda gemono sotto il giogo di schiavitù. Ben dite, ser Cavaliere, sintantochè il Dio di Giacobbe non faccia rinascere a pro del suo popolo un altro Gedeone, un novello Maccabeo, mal si conviene ad una Ebrea il favellar di battaglie e di combattimenti.»

Questa giovinetta, fatta per provare sensazioni altrettanto vivaci quanto elevati erano i pensieri della sua mente, pronunziò tali ultimi accenti con quel tuono di mestizia che ben addicevasi allo stato d'invilimento cui discesa era la nazione cui pertenea; e forse cresceva altra acerbità all'animo di lei dal meditare come Ivanhoe la riguardasse priva del diritto di favellare su tutti quegli argomenti che all'onore o alla generosità riferivansi.

«Oh com'egli conosce mal questo cuore!» considerò fra sè stessa «com'ei lo conosce male, se crede allignarvi abbiezione o viltà per ciò solo che non mi diffondei in lodi sulla cavalleria romanzesca de' Nazareni! Piacesse a Dio che il mio sangue, versato a stilla a stilla, potesse redimere la cattività del popolo di Giuda! Piacesse a Dio, che con tal sagrifizio io valessi a liberare dai ferri dell'oppressione il padre mio e questo a lui benefico Nazareno! L'orgoglioso cavaliere ravviserebbe allora se una donzella del popolo eletto sappia morire con tanto coraggio quanto può essere in femmina Nazarena, sì vana d'una nobiltà derivatale da qualche subalterno condottiero a noi venuto dalle addiacciate contrade del Settentrione.»

Oh Dio! Son io sì colpevole nel fissar gli occhi sopra di esso, se lo vedo per l'ultima volta? pag. 261.

Rivolti allora sopra Ivanhoe gli sguardi: «Ei dorme» sclamò. «La natura spossata gli condusse il riposo che fuggiva da lui e che cotanto eragli necessario. Oh Dio! son io sì colpevole nel fisar gli occhi sopra di esso, se lo vedo per l'ultima volta? Pochi istanti ancora, e forse questi lineamenti cotanto nobili non saranno più avvivati da quell'anima ardente, che lor presta dignità fin quando è immerso nel sonno! Forse fra breve vedremo spente quelle pupille, scolorati quei labbri, livide quelle guance! E sarà vero che il più vile fra gli scellerati abitatori di questo castello calcherà co' piedi la salma esanime del più prode, del più chiaro de' cavalieri, nè allora la nobile alterezza di lui potrà far vendetta contro il suo villano offensore!... Ma e mio padre! Ove se', padre mio? E potrebbero le bionde trecce d'un giovine Nazareno farmi dimentica della tua bianca chioma? Nè fremo su i disastri cui possiam soggiacere? nè li pavento effetto dello sdegno d'Iehovah contro la figlia snaturata che medita sulla cattività d'uno straniero, e per poco non obblia quella dell'autor de' suoi giorni? della profana Israelita, che posta in non cale l'abbiezione di Giuda, sta contemplando le seducenti forme d'un Nazareno? Ma strapperò questo mal germe dal mio cuore, dovesse un tale sforzo costarmi la vita.»

Avvoltasi nel proprio velo, si assise in qualche distanza e cogli omeri volti al letto dell'infermo, cercando raccorre entro sè medesima tutto il coraggio necessario, così a sopportare i patimenti fisici cui forse correva incontro, come a resistere alla piena degli affetti che le innondavano il cuore, e che più gagliardamente ancora ella temea.