Vide di aver vinto la partita e sorrise. — E prima ti offrirò da bere. Che poco fegato, se hai più paura di Greene che di me!
— È diverso, Sweeney.
— Infatti: io ero un tuo amico, e Greene no. Andiamo.
Dopo che ebbero bevuto il bicchierino per rincuorare il «fegato» di Ehlers, in taxi raggiunsero il palazzo. Era una costruzione di una decina di anni di vita, destinata a uffici, occupata da avvocati, agenti, impresari in buone condizioni, seppure non dei più floridi e, come Sweeney sapeva, da parecchi scommettitori e da una sala di pugilato di terz’ordine.
Come Sweeney aveva previsto, era il tipo di casa aperta ventiquattr’ore al giorno, per quegli inquilini che preferiscono il lavoro notturno. Passarono sul marciapiede di fronte al palazzo e scorsero molte luci ancora accese alle finestre. Nell’ingresso potevano vedere il ragazzo dell’ascensore, che leggeva un giornale, seduto accanto alla porta aperta della cabina.
Continuarono a camminare ed Ehlers domandò: — Dobbiamo correre il rischio di farci portare su da lui? Possiamo mandarlo a dormire per un’oretta, ma sarà sempre in grado di riconoscerci.
Attraversarono la via, e Sweeney rispose: — Cercheremo di non colpirlo. Adesso aspetteremo, per poco, fuori senza farci vedere; quando sentiremo l’ascensore salire, potremo attraversare l’atrio senza farci vedere.
Ehlers accettò con piacere l’idea e attesero quieti fuori della porta, finché, dopo solo dieci minuti, udirono il ronzio dell’ascensore che partiva, mentre rimbombava ancora il colpo della porta che si chiudeva. Passando nell’atrio, Sweeney lesse il numero dell’ufficio di Greene, 411, e presero a salire le scale. Mentre si trovavano sul pianerottolo fra il secondo e il terzo piano, passò l’ascensore in discesa. In punta di piedi, arrivarono al quarto piano, dove si trovava il 411. Nessun altro ufficio sul piano fortunatamente sembrava occupato. Ehlers non dovette così applicare speciali precauzioni per fare uso dei suoi arnesi: la porta fu aperta in sette minuti precisi.
Appena entrati, accesero la luce e chiusero l’uscio. Era un buco, contenente una scrivania, un tavolo, un mobile, un armadio e tre sedie.
Sweeney spinse indietro il cappello, guardandosi in giro. — Non ci vorrà molto, Jay — annunciò. — Siediti e riposati. Tu hai fatto la tua parte, a meno che non trovi un cassetto chiuso. Ma non vedo serrature.