Il primo cassetto del mobile conteneva un paio di soprascarpe, una mezza bottiglia di whisky e due bicchieri polverosi. Il secondo cassetto era vuoto, il terzo era pieno di corrispondenza, tutta in arrivo. A quanto sembrava, Greene non batteva mai le sue lettere con copia. Sweeney notò con disappunto che le lettere erano solo approssimativamente raccolte in ordine cronologico. Non c’era una cartella a parte per Iolanda. Ma non sprecò troppo tempo con i cassetti del mobile, limitandosi a dare un’occhiata alle lettere sparse riponendole subito. Tutto quel che ne ricavò fu che Doc faceva davvero l’agente e aveva altri clienti per i quali otteneva delle scritture, benché, evidentemente, non in luoghi molto raffinati o famosi.

Lasciò il mobile e si dedicò all’armadio. Sul ripiano vi erano oggetti di cancelleria, da un gancio pendeva un impermeabile, e una macchina da scrivere portatile era posata sul fondo. Cercò nelle tasche dell’impermeabile, ma non vi erano che un fazzoletto sporco e due vecchi programmi teatrali. Aprì l’astuccio della portatile e constatò che conteneva veramente una macchina da scrivere.

Assomigliava molto a quella che lui stesso aveva posseduto, fino a pochi giorni prima, quando l’aveva venduta per bere. Era la stessa marca e lo stesso tipo, ma, osservandola da vicino, dovette riconoscere che non si trattava della stessa macchina; una scoperta che lo avrebbe riempito di gioia.

Il cassetto del tavolo non conteneva nulla di più interessante di un vecchio compasso; due delle tre sedie erano vuote e la terza sosteneva solo Jay Ehlers, che lo scrutava con una certa ironia.

— Bene — disse Jay — trovato qualcosa?

Sweeney grugnì una risposta senza parole e andò alla scrivania. Su di essa stavano un telefono, una cartella di carta assorbente e una stilografica da tavolo. Sotto la cartella, niente. Provò i cassetti. Solamente il primo a sinistra era chiuso a chiave. — Jay — chiamò — questo tocca a te.

Era il cassetto che lo interessava. Mentre Jay lo apriva, esaminò rapidamente gli altri. Non contenevano niente di importante per Sweeney, tranne forse uno, con una bottiglia di whisky piena. Ma in quel momento non poteva occuparsene.

Jay aprì il cassetto e guardò l’orologio. — Muoviti, Sweeney. Hai detto un quarto d’ora e sono già ventitré minuti. — Dentro il cassetto giacevano una grossa busta scura, dalla scritta Contratti in corso, e un’agenda. Sweeney sfogliò prima l’agenda: era un libro-giornale, che elencava in ordine cronologico entrate e uscite. Vide che non gli sarebbe servita a nulla, tranne che per dargli la certezza che Greene era un agente con un legittimo e reale movimento di affari. Probabile che le cifre non fossero esatte, ma erano evidentemente pronte per ogni visita fiscale. Prese infine la busta dei contratti. Ve ne erano una dozzina, ma uno solo interessava Sweeney: quello fra l’“El Madhouse” e Iolanda Lang. Il contratto parlava di duecento dollari la settimana per le prestazioni di Iolanda e di Demonio. Ma né Iolanda né il cane avevano firmato. Le firme erano di Nick Helmos e di Doc Greene. Sweeney alzò un sopracciglio. — Forse che lei non sa scrivere?

— Chi non sa scrivere?

— Posso capire che il cane non abbia firmato…