Sweeney spense le luci e attese sul pianerottolo che Jay richiudesse la porta del 411.

Discesero al secondo piano e là Sweeney schiacciò il bottone di chiamata dell’ascensore. Appena udirono il tonfo della porta che si chiudeva, si precipitarono per le scale e furono al primo piano, nell’attimo in cui la porta dell’ascensore si apriva al secondo. Uscirono dall’edificio mentre ancora l’ascensore in discesa si fermava al primo piano.

Ehlers disse: — Il ragazzo dell’ascensore dirà che qualcuno lo ha fatto salire in modo da uscire dal palazzo senza farsi vedere.

— Certo che lo dirà, ma intanto non ci ha visto e non ci potrà seguire.

Infatti, l’uomo dell’ascensore non ci provò neppure.

Prima di chiamare un taxi, attesero di aver voltato l’angolo, poi, alla domanda di Sweeney, Jay suggerì di andare da Burt Meaghan: era a due passi dal suo albergo e sarebbe potuto rientrare a piedi. Da Burt, Sweeney stava per avvicinarsi al banco, quando Jay lo prese per un braccio. — Dobbiamo parlare un poco in privato.

Al tavolo egli fissò Sweeney, aspettando che il cameriere fosse venuto a prendere gli ordini e poi a portare i bicchieri. Quando furono soli, disse: — Allora, Bill. Ho scassinato la tua porta e non avrei dovuto. Però ne ho scassinato un’altra per farti piacere e così siamo pari. Giusto?

— Giusto.

— Siamo amici?

— Amici. Tutto è dimenticato.