Si appoggiò al muro e, tratto di tasca il denaro, lo contò con cura. Erano proprio novecento dollari, veri e tangibili: aveva ottenuto quel che voleva e solo un piccolo particolare in più. Era stato veramente molto fortunato.
Ripose il denaro nel portafoglio e, camminando con un lieve ondeggiare, come sulle uova, uscì dal bar del “Tit-Tat-Toe”, senza dare nemmeno uno sguardo al barista o a chiunque altro.
Quando fu all’aperto, respirò l’aria fresca della notte, non con respiri profondi, perché gli avrebbero causato un dolore insopportabile, e non si guardò neppure indietro se qualcuno lo seguisse, perché sapeva che nessuno lo avrebbe fatto.
Aveva avuto una fortuna incredibile, perché, in fondo, anche quel pugno nello stomaco era un buon segno. Harry non avrebbe incaricato Willie di darglielo, se avesse avuto l’intenzione di spedirgli qualcuno dei ragazzi a sparargli o a combinargli un «lavoretto». Non che avesse temuto davvero di ricevere un colpo di rivoltella, solo per novecento dollari. Ma la possibilità di una «sistemazione» c’era stata, una sistemazione che lo avrebbe tenuto all’ospedale per una settimana o per un mese e che gli avrebbe guastato tutti i piani. Adesso invece poteva nutrire una ragionevole sicurezza di essere stato pagato del tutto, sotto ogni aspetto. Sarebbe stato piuttosto malconcio per qualche giorno e avrebbe dovuto evitare di dormire bocconi, ma non c’era nessun «guasto» definitivo: aveva sopportato altre volte anche di peggio e per ragioni minori.
Un taxi gli passò vicino ed egli lo fermò con un gesto. Gli si avvicinò con l’andatura di un vecchio e anche aprirne la portiera gli provocò un dolore lancinante.
— Va’ lungo il lago e poi un poco verso nord. Mi sento poco bene e ho bisogno di aria fresca.
Entrò, e chiudere la porta lo fece sobbalzare nervosamente. L’autista si voltò a guardarlo. — Vi sentite male come? Non vi succederà qualcosa proprio sulla mia auto?
— No. E non sono ubriaco.
— Volete che vi accompagni al pronto soccorso?
— Ho avuto un pugno nello stomaco.