— Bughouse Square.
— A quest’ora, a Bughouse Square? Cosa diavolo ci andate a cercare?
— Voglio parlare con Dio — replicò secco Sweeney.
L’autista non gli rispose. E non disse più una parola finché non furono giunti a destinazione.
XIV
Bughouse Square si stendeva senza pace nella notte afosa, quando Sweeney vi giunse. Sulle panchine si allineava il solito carico umano e anche sull’erba giacevano uomini addormentati. Chiuso il passaggio a ogni brezza dagli alti edifici di Dearborn Street, le foglie pendevano immobili dagli alberi e i fili d’erba non avevano neppure il più lieve dondolio; il movimento scuro della piazza era dato dal girarsi e dall’agitarsi degli uomini che dormivano o che cercavano di addormentarsi, non avendo altro da fare.
La quarta panchina a destra, sul lato nord-est, doveva essere occupata da Diomede, se lui c’era. Infatti era là, con un aspetto più vecchio e più scalcinato dell’ultima volta che Sweeney l’aveva visto. Ma forse sembrava così per la legge dei contrasti: lo sguardo e l’aspetto di Sweeney erano ben diversi da quell’ultima volta in cui aveva visto Dio. Senza volere, uno giudica gli altri confrontandoli con se stesso; e se due persone hanno entrambe mangiato cipolle, nessuna delle due sopporta l’alito dell’altra.
Ma Sweeney non cercò di odorare l’alito di Dio. Scosse il vecchio per una spalla, prima gentilmente poi con maggior rudezza, finché Dio aprì un occhio e lo guardò, borbottando: — Che diavolo c’è?
Sweeney gli sorrise. — Non mi riconosci?
— No, non ti riconosco. Fila, prima che chiami un poliziotto.