— Chapman Wilson?
— Sì.
— Mai sentito.
— Grazie.
Sweeney uscì dalla stazione e sostò a guardare la città. Doveva essere di circa cinquemila abitanti, calcolò rapidamente, e non doveva quindi essere molto difficile trovare una persona, anche se priva di telefono. Si trovava già sulla via principale, e alla sua sinistra cominciava subito il quartiere degli affari. Entrò nel primo negozio a domandare di Chapman Wilson. Buco nell’acqua. E così nel secondo, nel terzo, nel quarto. Neanche da parlarne del quinto e del sesto. Il settimo era un bar e, prima di porre la solita domanda, ordinò da bere. Quando lo servirono, fece la sua richiesta. Il liquore era buono, ma la risposta no. Mentre il barista se ne andava, Sweeney imprecò a se stesso. Se avesse capito male le parole del direttore della Ganslen Art Company? No, lo aveva detto chiaramente: «Un tale che si chiama Chapman Wilson, e vive a Brampton, nel Wisconsin. L’aveva modellata in creta». Per lo meno, era sicuro del «Chapman Wilson». Che avesse capito male la città? Chiamò di nuovo il barista.
— Nel Wisconsin c’è qualche altra città con un nome simile a Brampton?
— Come? Ah, sì, capisco. Un momento… c’è Boylston vicino a Duluth.
— Non è abbastanza simile.
— Stoughton? Burlington? Appleton? C’è anche Milton, ma il nome intero è Milton Junction.
Sweeney scosse il capo con tristezza. — Avete dimenticato Wisconsin Rapids e Stevens Point.