— Si chiama Charlie Wilson. È pittore e scultore e credo che i guadagni migliori li abbia con delle figurine che modella per grandi ditte. Piccole cose da artigiano. Non penso che di quadri ne venda molti.
— Allora è lui — disse Sweeney — è probabile che usi Chapman come nome d’arte, perché suona meglio di Charlie. Ma in che modo è pazzo?
— Non lo è veramente. Quando non è ubriaco, è soltanto, come dire?… un po’ eccentrico. Ma è un tipo fatto a modo suo e quando ha bevuto… be’, ho dovuto buttarlo fuori dal mio locale una mezza dozzina di volte. Soprattutto perché vuole dar pugni a destra e a sinistra. — Henderson sogghignò. — È alto un metro e mezzo e peserà vestito cinquantacinque chili. Se uno gli desse un pugno sul serio, lo ammazzerebbe addirittura, eppure lui va sempre attaccando briga con tutti.
— Ma nel suo lavoro fa qualcosa di buono?
— Diavolo, no. Non credo che guadagni più di cinquecento dollari l’anno. Vive in una catapecchia alla periferia, dove non andrebbe a vivere nessun altro. L’affitta per pochi dollari al mese. Ed è orgoglioso come un demonio. Pensa di essere un grande artista.
— Forse lo è.
— Allora perché non riesce a guadagnare?
Sweeney aprì la bocca per citare Van Gogh e Modigliani e alcuni altri che avevano guadagnato anche meno di cinquecento dollari l’anno, ma poi ricordò chi era il suo interlocutore e lasciò perdere.
Invece domandò: — E Charlie Wilson adesso va in giro libero per la città?
— Naturale. Perché non dovrebbe? È innocuo.