— Sì. — La testa gli arrivava giusto al mento di Sweeney.

Sweeney porse la mano. — Sweeney. Vorrei parlarvi di una statuetta scolpita da voi: una ragazza che urla.

La mano di Wilson avanzò, superando quella di Sweeney senza stringerla, si chiuse a pugno e raggiunse lo stomaco dolorante del giornalista. Lo stomaco diede in un urlo silenzioso e cercò di contrarsi fino ad appoggiarsi sulla schiena.

Quanto a Sweeney, articolò un suono impreciso e si ripiegò in due, mettendo così il suo mento alla portata del suo avversario Charlie. Infatti il pugno di Wilson lo colpì, facendolo vacillare, ma senza raddrizzarlo. In quel momento nulla avrebbe convinto Sweeney a rialzarsi. Nulla al mondo. Non si era nemmeno accorto del colpo sul mento, per l’intensità del dolore allo stomaco: quando avete una gamba in una tagliola non fate caso alla puntura di una zanzara.

Sweeney indietreggiò, sempre ripiegato su se stesso, fino a sedersi sul gradino, con le mani strette sullo stomaco a protezione. Non gli interessava che Wilson lo colpisse in faccia, purché non gli toccasse lo stomaco. Niente al mondo lo interessava, tranne che proteggere il suo stomaco. Sempre comprimendolo con le mani, si piegò da una parte e rigettò.

Quando si fu abbastanza ripreso da poter guardare in su, scorse Wilson che a braccia incrociate lo fissava con profondo stupore. La sua voce risuonò sorpresa come il suo viso. — Ch’io sia dannato! Vi ho battuto!

Sweeney grugnì. — Grazie.

— Ma non vi ho fatto proprio male, vero?

Sweeney rispose: — È una cosa carina. Tutto è molto bello qui. — E rigettò di nuovo.

— Non avevo intenzione di farvi male, davvero. Ma, diavolo, ogni volta che cerco di fare a pugni con qualcuno le prendo, così provo a piazzare qualche colpo finché sono in tempo. Volete qualcosa da bere? Devo avere del gin dentro. Dentro la credenza, voglio dire, non dentro di me. Lì c’è whisky.