Charlie Wilson si strinse la fronte tra le mani. — Oh, Dio!
— Potete ben dirlo.
— Sono desolato, veramente. Sentite, adesso riuscite a stare in piedi? Così potrò aprire l’uscio. Cioè no, state fermo, ho una maniera migliore. Vado dentro dall’altra parte e vi apro dall’interno, per aiutarvi.
Entrò in casa dalla parte della baracca, con un aspetto molto più normale e vivo di quando era arrivato. Sweeney udì aprirsi la porta sul retro e poi quella dell’ingresso, che gli sfiorò la schiena.
La voce di Wilson disse: — Scusate, avevo dimenticato che si apre verso l’esterno. Dovete alzarvi per forza perché io possa aprire. Ce la fate?
Sweeney si alzò. Non del tutto, ma quanto bastava per spostarsi ed entrare una volta aperto l’uscio. Si abbandonò sul primo sedile che gli si trovava vicino: una sedia sgangherata, senza spalliera; ma la cosa non aveva importanza, dato che non provava il minimo desiderio di abbandonarsi all’indietro.
La luce era accesa, una lampada in mezzo al soffitto, come nella baracchetta. Wilson stava lavando due bicchieri nel lavandino in un angolo. Il lavandino era pieno di piatti, mentre la scansia sopra all’acquaio era vuota. Era evidente che Wilson lavava i piatti quando e se ne aveva bisogno invece di usare il sistema più ortodosso di lavarli ogni volta che li aveva adoperati.
Dalla bottiglia di Sweeney versò un’abbondante dose nei due bicchieri e ne porse uno al giornalista.
Sweeney ne bevve un sorso e si guardò intorno: i muri, senza escluderne neppure un centimetro, erano coperti di tele non incorniciate. Paesaggi alla maniera di Cézanne e interessanti disegni astratti, ma Sweeney non era un conoscitore tanto profondo da giudicare quale fosse il loro valore reale. Avrebbe detto però senz’altro che non erano male. Non c’erano, a quanto pareva, ritratti né figure.
Da una parte, su un piedestallo da scultore, spiccava l’abbozzo di quello che, una volta finito, sarebbe stato un gladiatore.