Wilson aveva seguito lo sguardo di Sweeney. — Non guardate quell’affare — disse — non è finito ed è orribile. — Attraversò la stanza e gettò un panno sopra la statuetta di creta, poi sedette dalla parte opposta della camera, di fronte a Sweeney.

Questi cominciava a star meglio. — Non è male — disse — il gladiatore. Ma direi che l’olio è il vostro vero mezzo espressivo e che le statuette sono dei ripieghi. Vero?

— Non del tutto, signor Sweeney. Naturalmente, se voi non foste della Ganslen, direi di sì. Comunque, che cosa desiderate da me?

Sweeney si era già posto quel problema. Non sapeva nulla dell’organizzazione della ditta di Louisville e, peggio ancora, non sapeva fin dove Wilson ne fosse al corrente: poteva anche aver visitato la sede ed essere amico dei principali. Inoltre, egli non desiderava affatto fare o rifiutare acquisti. Disse: — Sono solo un viaggiatore di commercio della ditta, ma quando il principale ha sentito che passavo da Brampton durante il viaggio, mi ha raccomandato di fermarmi da voi.

— Signor Sweeney, credete, io sono davvero spiacente di…

— Non fa nulla — mentì Sweeney — ma ditemi piuttosto: come va la storia dei due giornalisti, quei due che sono stati da voi? Di quali giornali e perché?

— Dei giornali di St. Paul. No, uno forse era di Minneapolis. Era per quella statuetta di cui parlavate anche voi. È per questo che ho creduto che anche voi foste un giornalista, mi pare. Voi invece che cosa volevate sapere?

— Prima ditemi che cosa cercavano quei due imbec… quei giornalisti sulla statuetta.

Wilson aggrottò la fronte. — Era per quei delitti dello Squartatore di Chicago: volevano un resoconto di quando io ammazzai quel pazzo, quattro o cinque anni fa. Sapevano già della statuetta che avevo fatto di Bessie, perciò penso che avessero parlato con lo sceriffo Pedersen prima di venire da me.

Sweeney bevve pensosamente un sorso di whisky. — L’avevano vista, o avevano una fotografia?