— Mi pare di no. Tutto quel che domandavano, era a quale ditta l’avevo venduta. Se l’avessero vista, non avrebbero avuto bisogno di domandarmelo: il nome è inciso sulla base.
— Allora lo sceriffo della città è al corrente che voi avete scolpito la statuetta, ma non sa a chi l’avete venduta?
— Infatti. E non l’ha mai veduta. C’è stata tutta una chiassata in proposito una sera che mi ha condannato per disordini.
Sweeney annuì, sentendosi risollevato. I giornali di St. Paul e Minneapolis dunque non erano in possesso della parte più importante della storia della statuetta. Ne conoscevano i punti più secondari, quelli che anche lui aveva appreso quel giorno dall’ex sceriffo, ma non sapevano l’essenziale, cioè che lo Squartatore ne possedeva una copia. E non ne avevano neppure una fotografia. Tutto quel che potevano tirar fuori era una rievocazione della vecchia storia locale, che sarebbe apparsa sui loro giornali, ma non sarebbe stata trasmessa a tutto il paese dai cavi dell’“United” e dell’“Associated Press”, per guastare il piano di Sweeney.
Wilson si appoggiò al muro e accavallò le gambe. — Ma la Ganslen perché vi ha mandato a parlare con me, Sweeney?
— Una faccenda che temo non potrà funzionare, se voi non volete pubblicità sulla statuetta e sulle sue origini. Vedete, così come stanno le cose ora, quel pezzo è per noi una perdita. Ne abbiamo fatto una partita, per provare, ma la si vende troppo lentamente per giustificare un quantitativo forte. Abbiamo in magazzino quasi un centinaio di copie, che sembra non vengano ricercate da nessuno.
Wilson annuì. — Io l’avevo detto al signor Burke, quando l’ha comperata. È una di quelle cose che vanno così: o piacciono moltissimo o non piacciono affatto.
— A voi, da un punto di vista d’artista, come sembra? Come la giudicate?
— Io… non so, Sweeney. Vorrei non averla mai scolpita, né mai venduta. È troppo… personale. Gesù mio, rivedo Bessie là in piedi che urla, come l’ho vista allora dalla porta… ecco, l’immagine si era fissata nella mia mente finché ho dovuto riprodurla, per cancellarla. Mi ha perseguitato fino all’anno scorso. Dovevo dipingerla o scolpirla e siccome col pennello la figura non mi riesce molto, l’ho modellata in creta. Una volta finita, avrei voluto distruggerla. Ma l’avevo appena terminata, che è arrivato il signor Burke in uno dei suoi viaggi e gli è piaciuta. Non volevo vendergliela, ma lui ha insistito e io avevo un tale bisogno di soldi che non ho saputo resistere. È stato come vendere mia sorella, l’ho sentito così bene che sono rimasto ubriaco per una settimana. Così anche i soldi non mi son serviti a nulla.
— Capisco quel che dovete aver provato — assentì Sweeney.