— Non credo che lo farebbe. Se farà così, non vedrà né la statuetta né una sua fotografia, e la storia senza la fotografia serve a poco. Io penso di metterla in mezzo alla prima pagina, su quattro colonne.
— Devo dire che pubblichiamo la fotografia a colori, dal vero… cioè in nero?
— Va’ all’inferno, fuori di qui!
Sweeney andò all’inferno fuori di lì e sedette alla sua scrivania. Mentre infilava il foglio nella sua vecchia Underwood, pensò che le idee di Wally erano state buone; raccontare la storia alla polizia due ore prima non avrebbe nociuto, né avrebbe nociuto alle vendite della Ganslen (e ai guadagni di Charlie) il non evadere gli ordini provenienti da Chicago per una settimana o poco più. Il racconto sarebbe rimasto sempre interessante e sarebbe migliorato se avesse dato come risultato la cattura dello Squartatore.
Guardando l’orologio, scoprì di avere un’ora a disposizione per scrivere il pezzo e partì a battere sui tasti. Il suo telefono suonò: era Wally.
— Hai abbastanza tempo? — domandò. — O vuoi uno stenografo per dettare e far più in fretta?
— No, ce la faccio da solo.
— Benone. Mandami il pezzo man mano che esce dalla macchina, una pagina per volta. Ti metto un fattorino alla scrivania. Intitola «La statua che urla».
Sweeney intitolò «La statua che urla» e attaccò a scrivere. Un minuto dopo, un ragazzino gli soffiava nel collo il suo respiro, ma Sweeney ci era abituato e non ne provava più fastidio. Spedì l’ultima cartella dieci minuti prima che l’edizione andasse in macchina.
Accese una sigaretta e finse di essere molto occupato, così che Crawley non gli trovasse qualche altro lavoro da fare. Quando il trambusto della chiusura dell’edizione fu cessato e giudicò che Wally dovesse essere libero di nuovo, tornò all’ufficio del direttore.