— Come sta la «Statua che urla»? — domandò.
— È una donna finita. Se non ci credi, guarda nel cestino della carta.
— Preferisco di no — replicò Sweeney.
Entrò un ragazzetto con un fascio di giornali, che depose sulla scrivania di Wally. Sweeney ne prese uno e guardò la prima pagina: c’era la statuetta, un poco più grande del vero. Quattro colonne per la fotografia, due di testo. Wally stesso aveva fatto i sottotitoli.
— Bella presentazione — disse Sweeney e Wally grugnì un’approvazione, leggendo. — È un bel pezzo — continuò Sweeney — grazie per avermi raccontato la storia. — Wally grugnì di nuovo. — E per il resto della giornata che faccio? — domandò Sweeney.
Questa volta Wally non grugnì; depose il giornale e si preparò a esplodere. — Sei impazzito del tutto? Sei stato via per due settimane, sei tornato a lavorare da due ore e…
— Sta’ calmo, Wally. Non uccidere un uomo morto! Da dove credi che sia uscita la storia? Dall’aria? Ci ho lavorato tre giorni per venti ore al giorno. Tre giorni delle mie vacanze. Sono arrivato qui che l’avevo pronta da scrivere. E ho portato la statuetta per farmi compagnia. E perché? Perché ho lavorato fino alle quattro di stamattina e ho dormito due ore, ecco perché. Son caduto dal letto mezzo addormentato per venire qui a scrivere il più grosso colpo dell’anno per te e tu…
— Piantala. Va bene. Vattene all’inferno, fuori di qui. Di tutti i maledetti ubriaconi…
— Grazie. Davvero, Wally, adesso vado a casa. Resterò in camera mia per tutto il giorno e mi puoi telefonare quando vuoi. Mi butterò sul letto senza nemmeno spogliarmi e, se succede qualcosa in questa storia, chiamami subito. Arriverò con la stessa velocità che se stessi a ciondolare qua in giro. D’accordo?
— D’accordo, Sweeney. Se succede qualcosa, ci vai. E, senti, che vada o no, è un bel pezzo e un bel colpo.