Il telefono squillò. Ci arrivò in un istante, sbattendo la porta della stanza, per non udire il suono del giradischi, impiegando così un secondo meno di quanto sarebbe occorso fermandosi a chiudere l’apparecchio.

Era Wally. — Salute, Sweeney. Va’ in State Street. L’indirizzo lo sai.

— Che cosa c’è?

— Hanno preso lo Squartatore. Stammi a sentire, noi abbiamo la notizia e un comunicato ufficiale nell’ultima edizione che va in macchina adesso, e non possiamo fermarla per i particolari. Abbiamo il succo, ma non tutta la storia, quella la metteremo domani. È un avvenimento della sera: noi battiamo quelli della mattina con il comunicato e la notizia, ma loro ci batteranno con i particolari. Comunque, ormai non c’è fretta. Va’ là e raccogli tutti i dati. Ma scriviti poi il pezzo con calma, quando vieni qua domani.

— Ma che cos’è successo, Wally? Ha attaccato un’altra volta la Lang? Lei sta bene?

— Pare di sì. Sì, ha provato un’altra volta e il cane l’ha preso, come era quasi riuscito la volta scorsa, quando invece lui ha sbattuto la porta…

— So benissimo com’è andata l’altra volta. Ti domando cosa è successo oggi.

— Ma te l’ho detto, maledizione. Lo hanno preso. È ancora vivo, ma non credo che durerà molto. L’han portato all’ospedale, ma non ci perdere tempo: non ti lascerebbero parlare. È caduto dalla finestra. Al posto della ragazza, credo. Buon lavoro, Sweeney. La tua storia ha avuto un bel successo: non solo aveva la statuetta, ma l’aveva con sé.

— Chi? Voglio dire, sapete il nome?

— Il nome? Naturale che sappiamo il nome. È Greene, James J. Greene. L’ispettore Bline ha detto che lo aveva sempre sospettato. E adesso smetti di interrogare me. Va’ là.