Bline gli si avvicinò. — Se non fossi tanto felice, Sweeney, vi tirerei il collo. Da quanto tempo possedevate quella dannata statuetta?

— Non ricordo con precisione, capo.

— È quel che dico io. Però… comunque, ormai abbiamo preso lo Squartatore e senza neppure un altro delitto, anche se deve esserci arrivato molto vicino. Perciò vi perdono tutto e sono pronto anche a offrirvi da bere. Credo di aver finito qui; lascerò soltanto uno dei ragazzi ad aspettare la Lang per essere sicuro che stia bene.

— Potrebbe anche star male?

— Fisicamente, certo no. Non è riuscito a toccarla con il coltello, perché il cane gli è saltato addosso prima. Ma mentalmente è probabile che sia in una condizione molto peggiore dell’altra volta. E, perdio, la capisco.

— Demonio ha ammazzato Greene?

— Lo ha azzannato per bene, ma non da ammazzarlo: Doc deve essere riuscito a tenergli un braccio attraverso le mascelle. Però poi è caduto dalla finestra: deve essere arretrato fino al davanzale e il cane, saltandogli addosso, lo ha spinto fuori.

Bline accennò a una finestra spalancata, a cui Sweeney si affacciò: due piani più sotto si apriva un cortiletto di cemento, graziosamente guarnito dai rifiuti che i vari inquilini avevano buttato dalla finestra.

— Dov’è la statuetta? — domandò Sweeney.

— Quel che ne rimane è nel cortile. Ne abbiamo trovato tanti pezzi che bastano a identificarla: è evidente che Doc la stringeva ancora in mano quando è caduto, forse nel tentativo di respingere con essa il cane. C’era anche il coltello. Doveva tenere in una mano la statuetta e nell’altra il coltello: è molto strano anzi che il cane non si sia ferito. Immagino che Doc dovesse manovrare con un braccio per coprirsi la gola e con l’altro non riuscisse a essere abbastanza svelto. Un cane come quello ad avercelo addosso è un carro armato!