Sweeney guardò di nuovo il cortile e rabbrividì un poco.

— Accetterò da bere, capo — disse — e poi offrirò io. Ma andiamocene di qui.

Si recarono al bar all’angolo, dal quale era partita la telefonata di allarme nella notte della prima aggressione a Iolanda. Bline ordinò da bere.

— Sono al corrente di tutto — disse Sweeney — tranne che dell’accaduto. Volete raccontarmelo in ordine?

— Tutta la storia? O solo questo pomeriggio?

— Questo pomeriggio.

— Iolanda era sola in casa — narrò Bline — poco dopo le tre. Lo sappiamo perché avevo messo uno dei miei di guardia: avevamo già preso in affitto l’appartamento di fronte, dove c’era sempre un agente, tranne nelle ore in cui la ragazza era al club a lavorare. E avevamo praticato un’apertura così da sorvegliare la porta. L’agente vide giungere Doc Greene con una scatola sotto il braccio e bussare alla porta. Fin lì tutto era a posto; Doc era venuto altre volte e io avevo ordinato di lasciarlo entrare. Se si fosse trattato di un estraneo, Garry, l’agente di servizio, avrebbe aperto la porta e puntato la rivoltella.

— Doc veniva per affari? Parlo delle altre volte che era stato qui — disse Sweeney.

Bline scosse le spalle. — Non lo so e non importa. Non siamo la squadra del buon costume; dovevamo solo cercare lo Squartatore. E dall’alibi di Greene avevo proprio creduto che lui fosse a posto, invece mi sbagliavo. Voi, Sweeney, lo sospettavate sul serio o ne parlavate soltanto perché vi era antipatico?

— In verità non lo so, capo. Ma che cosa è successo?