— Sì, ma ci allontaniamo dalla statuetta.
— Non molto. Volete vederla? Non quella venduta dalla Brent, ma la sua copia. Ne avevo ordinate due e mi piacevano tanto, che ne tenevo, e ne tengo ancora, una in casa mia, nel palazzo accanto. Ormai è ora di chiudere e… credetemi, signor Sweeney, non ho motivi reconditi…
— Grazie — disse Sweeney — ma non credo che sia necessario, perché la statua in sé non può aver nulla a che fare col delitto.
— No certamente, ma pensavo che vi interessasse su un altro piano. — Sorrise. — Vi dirò fra l’altro che è conosciuta col nome di «La statua che urla».
— Se me lo permettete, avrei cambiato idea — disse Sweeney — e vorrei conoscere questa statuetta, signor… Raoul è il vostro cognome?
— No, Reynarde, signor Sweeney, Raoul Reynarde. Scusatemi un momento solo… — Si recò ad avvertire la cliente che era l’ora di chiusura, e, dietro a lei, anche Sweeney uscì dal negozio, ad attendere che Raoul avesse spento tutte le luci. Percorsero un breve tratto di Division Street, poi entrarono in un palazzo e salirono al secondo piano.
— Non potrò trattenervi a lungo, signor Sweeney — si scusò Reynarde, mentre accendeva la luce nell’interno dell’appartamento — perché… aspetto un ospite. Però abbiamo il tempo di bere qualcosa. Posso prepararvi un cocktail?
— Sì, grazie, ma intanto dov’è la statuetta?
— Là, sul caminetto.
Lo sguardo di Sweeney, che era andato vagando per la stanza ammobiliata con eleganza raffinata, seppure un poco femminea, si fermò infine sulla statuetta, alta venticinque centimetri circa, sul marmo del caminetto. Attraversò la stanza per osservarla da vicino, e comprese allora che cosa aveva inteso dire Reynarde. La figuretta nuda aveva veramente un’aura virginale, ma lo si avvertiva solo in un secondo tempo: «La paura, l’orrore, l’urlo», aveva detto Reynarde, ed erano viventi non solo nel volto, ma nella contorta rigidità del corpo. La bocca era spalancata in un urlo silenzioso, mentre le braccia si tendevano avanti, con le palme aperte, a cercar riparo da un incombente orrore.