Sweeney si alzò lento in piedi, prese dal portafoglio cinque dollari e li mise sul banco, dicendo: — Tienti il resto — poi, afferrata saldamente la statuetta, uscì dal ristorante. Per la seconda volta nella giornata, un’automobile evitò per miracolo di investirlo mentre lui attraversava la strada. La nebbia era scomparsa; ora sapeva qual era l’associazione d’idee e sapeva perché aveva voluto «La statua che urla». Avrebbe potuto comprenderlo al momento in cui Reynarde aveva accennato all’attrazione della statua per un sadico; e certo lo avrebbe compreso allora, se la sua mente fosse stata chiara. Ma adesso tutto era trasparente come il gin. Un’ora o due prima di venir uccisa, Lola Brent aveva venduto «La statua che urla», e la sua morte non era collegata al suo furto sull’incasso, ma all’aver venduto lei la statua. L’acquirente era stato evidentemente un pazzo sadico, che l’aveva aspettata fuori dal negozio e l’aveva seguita fino a casa. Per lui era stata una fortuna miracolosa che Lola fosse scacciata e dovesse andare subito a casa, dove l’aveva aggredita nello stretto passaggio. Chissà se l’avrebbe comunque uccisa, nel caso che fosse uscita regolarmente all’ora del tè?
Se la mente era finalmente limpida, il corpo era ridotto a brandelli. Affrettò il passo, perché adesso poteva e doveva dormire.» E doveva arrivare a casa prima di cadere a terra.
VI
La mattina seguente era venerdì ed era quasi mezzogiorno quando Sweeney si svegliò. Dopo essere rimasto sveglio a letto, per qualche minuto, si alzò a sedere e mise fuori i piedi: la testa non gli faceva male, ma a parte quello, non aveva altro che andasse bene. La stanza sembrava piena di nebbia, ma riuscì a mettere a fuoco la sveglia e vide che erano le undici e quaranta. Cioè aveva dormito dodici ore.
Sopra al giradischi, sulla metà che non si poteva aprire, spiccava una statuetta alta circa venticinque centimetri, tutta nera. Rappresentava una fanciulla nuda, con le braccia tese a difendersi dallo Squartatore, la bocca aperta in un eterno urlo silenzioso. Il corpo, che in riposo sarebbe stato bello, era leggermente contorto e irrigidito nel terrore. Solo a un sadico sarebbe piaciuta, e Sweeney, che non lo era, distolse gli occhi con un brivido. Ma il contemplare «La statua che urla» lo risvegliò e lo fece ricadere nell’incubo, spingendolo a desiderare di bere, spingendolo a ricordare con nostalgia il torpido stato di indifferenza in cui ancora si trovava due giorni prima, un giorno e mezzo prima. Gli faceva desiderare di tornare indietro di nuovo. Perché no, del resto? Aveva un mucchio di denaro: non poteva dunque uscire a bere un bicchiere e poi un altro e così via?
Il caldo entrava a ondate dalla finestra spalancata, e Sweeney era coperto di sudore mentre respirava affannosamente. Si alzò in piedi con un gesto inconsapevole per respingere la nebbia e il caldo, e prese un accappatoio nell’armadio. Attraversò l’atrio fino al bagno e rimase a sedere sul bordo della vasca a guardare l’acqua scendere, acqua quasi gelata. L’entrarvi lo risvegliò: trasse un gran respiro e si lasciò scivolare giù fino al collo, così che il freddo cancellasse il calore del suo corpo e la nebbia della sua mente.
Il calore, pensava, è ciò che l’uomo vuole, è quello per cui vive, per cui lavora, finché ne ha troppo… e allora il freddo è un elemento meraviglioso. Per esempio, il pensare di dover giacere per l’eternità in una gelida tomba, d’inverno è una previsione spaventosa, mentre d’estate… Ma quella era pazzia. Come il pensare a Lola Brent, tanto innamorata di un ladro da diventare disonesta per aiutarlo.
E aveva venduto una statuetta nera a un uomo che, con lo sguardo, aveva confrontato lei e la sua statua… Sweeney bestemmiò. Che cosa importava a lui di quella ballerina scomparsa, che ormai era sottoterra? Ci sarebbe finita comunque, fra cinque o fra cinquant’anni. La morte è una malattia incurabile, che nasce insieme con gli uomini e con le donne e prima o poi li vince. L’assassino non uccide mai, in realtà, soltanto anticipa i tempi, uccidendo sempre qualcuno che è già sulla via della morte, che è già vinto. E, nella realtà, l’assassino non fa mai male alla vittima che uccide, ma a quelli che l’amavano e che debbono continuare a vivere. L’uomo che aveva ucciso Lola, aveva fatto molto più male a Sammy Cole che a lei. Se lui, Sweeney, fosse arrivato a odiare intensamente Doc Greene e avesse voluto fargli male nel modo peggiore…
Balzò a sedere nella vasca. Forse…? Ma no, era sciocco. Certo poteva esserci chi odiasse Doc Greene con tale forza da volerlo colpire uccidendo Iolanda, ma allora gli altri delitti restavano insoluti. Lola Brent, Stella Gaylord, Dorothy Lee. Nessun essere umano (dotato di facoltà «normali», ma, d’altra parte, qual è la normalità?) era concepibile che odiasse quattro uomini diversi al punto di ucciderne le quattro amanti. E poi, quella soluzione lasciava fuori il sadismo e la statua, mentre «La statua che urla» era la chiave. Invece di riadagiarsi nell’acqua, Sweeney uscì e si asciugò rapidamente. Mentre finiva di farlo, guardava il piccolo rigurgito dell’acqua mentre la vasca si vuotava. E gli venne la domanda: ho commesso un assassinio? Non è forse una vasca d’acqua, quando è piena, un’entità? Un ente che ha, se non la vita, per lo meno un’esistenza propria? Ma allora la vita nel corpo umano è come l’acqua in una vasca: non può darsi che attraverso la canalizzazione delle arterie e delle vene essa scorra verso una specie di lago Michigan e poi forse in un oceano, quando viene tolto il tappo di chiusura alla vasca? Eppure anche così è un assassinio, perché anche se l’acqua continuerà a esistere, quella data vasca non esisterà mai più, non vivrà mai più.
Cancellò l’evidenza del delitto sciacquando la vasca e tornò in camera sua. S’infilò soltanto un paio di calze e le mutande, più che sufficienti, con quel caldo, fino al momento in cui sarebbe uscito.