— Bourbon liscio. E ora, ditemi, avete trovato una strada buona?
Sweeney rispose solo dopo aver dato gli ordini al cameriere. — Non una traccia — disse e, puntando la matita sulla carta, continuò: — Come si chiamavano gli avvocati?
— Credevo che voi foste un segugio, Sweeney, ma invece siete un mezzo bulldog. Il mio avvocato è Hymie Fieman, nel Central Building. Gli altri erano dello studio Raenough, Dane e Howell. Dane, Charles Dane, mi sembra, e un giovane neofita che lavora nello studio, ma non è ancora socio della ditta, erano presenti alla causa. E il giudice era Goerring, G-o-e-r-r-i-n-g. È un repubblicano, perciò non si presterebbe a favorire uno squartatore.
Sweeney accennò di sì, con moderazione. — Vorrei uscire da quest’incubo e riflettere con calma. Sono nervoso come un gatto.
Spiegò il foglio di carta appallottolato e lo lisciò perfettamente. Poi lo appoggiò sulla mano destra aperta e volta in su. Il lieve tremito, ingrandito, si propagava agli orli del foglietto.
— Meno peggio di quanto pensassi. Scommetto che voi non riuscireste a fare di meglio. — Guardò Greene. — Scommetto cinque dollari.
— Non batterei mai un uomo al suo gioco — disse Greene — non ho neppure mai provato, ma voi mi ci attirate. Siete un relitto umano, e io ho nervi d’acciaio.
Greene prese il foglio e lo appoggiò in equilibrio sul dorso della mano. Tremò leggermente, ma molto meno che sulla mano di Sweeney.
Sweeney osservava molto attentamente il foglietto e domandò all’improvviso: — Doc, avete mai sentito parlare della «Statua che urla»?
La vibrazione agli orli del foglietto non mutò e, guardandolo, Greene disse: — Credo di aver vinto, Sweeney. Finita la scommessa?