Uscì, ed era ormai sera. Il mal di testa era scomparso e si sentiva di nuovo quasi un normale essere umano.

Scese per Clark Street senza pensare a dove si dirigeva e, in fondo, senza pensare a nulla. Lasciava la sua mente sola, e la sua mente lasciava solo lui, cosicché si accordavano perfettamente. Si udì canticchiare e, prestando ascolto alla sua voce con attenzione, riconobbe la Danza ungherese di Brahms. Smise di ascoltarsi e si dedicò invece a esaminare le immagini che passavano nella sua mente, constatando che erano immagini bellissime. Iolanda che sedeva di fronte a lui al tavolo, come era stata poco prima; Demonio, il cane, accovacciato ai piedi di lei, con un piccolo e assurdo cerotto sulla testa, risultato del colpo abile del poliziotto che gli aveva sparato attraverso il vetro. Sweeney ammirò nella sua mente la perfetta mira del poliziotto così sentitamente, benché non nello stesso modo, quanto ammirava l’immagine apparsagli in seguito: il corpo meraviglioso di Iolanda, illuminato dal cono di luce della torcia elettrica.

Sospirò e poi sorrise. Non aveva mai pensato che una donna potesse essere così splendida e ancora non riusciva a crederci. Recandosi all’“El Madhouse” per incontrare Doc e Iolanda, quasi aveva temuto una delusione, perché, dopo tutto, era stato proprio ubriaco quando aveva scorto la scena quaranta ore prima. Se la donna fosse stata nella realtà diversa da come egli l’aveva vista, gli sarebbe dispiaciuto, ma la delusione non lo avrebbe sorpreso. Invece, ecco, era più affascinante di quanto ricordasse, soprattutto nel viso. E c’era di più: un’aria di mistero la circondava e quasi emanava da lei, quaranta ore prima, che egli aveva attribuito interamente alle particolari circostanze verificatesi nell’atrio. Invece era così: un mistero circondava la donna, e Iolanda aveva qualcos’altro oltre al più bel corpo che Sweeney avesse mai contemplato.

Pensò: “Diomede, hai ragione”. E sorrise, perché sapeva con assoluta chiarezza che Diomede aveva ragione. Se una cosa la volete davvero, la otterrete. Ed egli era sulla strada per ottenerla.

Se anche aveva nutrito dubbi prima dell’incontro con Doc Greene, ora non ne aveva più. Nel caso che Iolanda fosse stata una quarantenne, grassa (e non era né l’una né l’altra) si sarebbe rotto la testa a domandarsi perché lui e Greene si odiavano con tanta forza. Quell’uomo gli era ripugnante in un modo addirittura fisico.

Se solo avesse potuto provare che Doc era lo Squartatore…

Ma c’erano i due alibi. La polizia li aveva accettati o, almeno, Doc Greene aveva raccontato che la polizia si era occupata di lui e aveva accettato gli alibi. C’era però un elemento che egli stesso poteva controllare, e che avrebbe controllato subito.

Attraversò Lake Street, dirigendosi al Loop, da “Randolph”, dove si riunivano i colleghi del “Blade”.

In quel momento non era ancora giunto nessuno di loro e, nell’attesa, Sweeney ordinò un whisky e soda. Scorgendo al banco il gerente del locale, Burt Meaghan, gli domandò: — Credi che verrà qualcuno dei ragazzi, dopo il lavoro?

— Sarebbe un’eccezione se non venissero. Dove siete stato per tutto questo tempo, Sweeney?