— Qua e là. A bere. Non te l’ha detto nessuno?

— Sì, l’ho sentito dire, e vi ho visto qua due o tre volte, la prima settimana, ma ormai non vi vedevo da qualche giorno.

— Non ci hai perso molto. Burt, conosci Harry Yahn?

— Di fama, non di persona. Io non ho conoscenze in ambienti così altolocati. Ha messo su un locale poco lontano di qui, che dirige di persona. Ed è interessato in qualche altro.

— Sono rimasto un po’ fuori dell’ambiente — disse Sweeney. — Come si chiama il locale che dirige lui?

— Sulla facciata c’è scritto “Tit-tat-toe”, ma solo sulla facciata di fuori. Volete entrarci?

— Non importa, posso riconoscere Harry quando esce. Avevo solo perso le tracce della sua attività.

— Non c’è da molto tempo: un mese circa. Scusatemi, Sweeney.

Si allontanò verso l’estremità del banco per occuparsi di un altro cliente. Sweeney continuò a disegnare cerchi sul banco col fondo del bicchiere, domandandosi se fosse necessario parlare con Yahn. Sperava di no, perché scherzare con Yahn era come mettere le mani su una sega circolare. D’altronde, presto avrebbe avuto bisogno di soldi e doveva trovarli da qualche parte. Degli assegni pagati da Wally, gli restavano ancora circa centocinquanta dollari, ma non sarebbero serviti a molto con il piano che aveva in mente. Si voltò, sentendo una mano appoggiarglisi sulla spalla: era Wayne Horlick. Sweeney esclamò: — Proprio quello che volevo vedere! E poi si dice della fortuna degli irlandesi!

Horlick gli sorrise. — È una fortuna che ti costerà dieci dollari, Sweeney. Sono contento di vederti: vale i dieci dollari.