— Sì, un’ora fa. Perché?
Horlick rise. — Perché me lo immaginavo, dopo aver letto il tuo pezzo di cronaca. Scritto bene, vecchio. Faceva venire l’acquolina in bocca anche a me e da quel momento ho cercato di vederla per un’intervista, ma non ci sono riuscito. Però immaginavo che ci saresti riuscito tu.
— Perché? — domandò con curiosità Sweeney. — Non perché io ho provato, ma perché immaginavi che io sarei riuscito dove nessun altro ce l’ha fatta?
— Per l’articolo che hai scritto! Lontana da me l’idea di lodare quel che scrive un altro, Sweeney, ma era un piccolo capolavoro classico di giornalismo. E quel che conta di più, valeva diecimila dollari di pubblicità per la signora, al di sopra e al di là di ogni pubblicità che potesse farle l’essere stata colpita dallo Squartatore e l’averla scampata, unica e sola, fra le vittime. Doc Greene deve amarti come un fratello.
Sweeney rise. — Certo, come Caino amava Abele. Dimmi, Horlick, sui vari casi è venuto fuori qualcosa che i giornali non hanno pubblicato? Io ho letto tutto di Lola Brent e di Stella Gaylord, ma non sono arrivato ancora alla terza, alla Lee.
Horlick rifletté e poi scosse il capo. — Niente che io ricordi, o che valga la pena di essere notato. Perché? Ti interessa davvero? Oltre all’intervista che hai avuto? Perché quella non hai bisogno di spiegarmela.
Sweeney decise di attenersi alla bugia detta a Joe Carey. — Dovrei scriverci un giallo per un editore e il modo migliore per farlo è di avere tutto pronto in modo che, appena il caso viene risolto, io possa precipitarmi in velocità.
— È una buona idea, nel caso che riescano a risolvere il problema. E ci riusciranno se quello continua a squartare, perché non può aver sempre fortuna. Spero che Wally ti dia il caso, al posto mio: a me non piace. Vuoi che gliene parli?
— Ci pensa Carey, perciò è meglio che tu non lo faccia: Wally potrebbe insospettirsi se gliene parlaste troppo. Che cosa sai di Doc Greene?
— Perché? Vorresti attribuirlo a lui?