Sweeney porse la mano e il poliziotto fece altrettanto, con scarso entusiasmo. Ma Sweeney finse di non notarlo. Disse anzi: — Volevo proprio incontrarmi con voi, capo, dato che ho sentito che vi occupate dello Squartatore. Volevo chiedervi qualcosa. Accomodatevi in camera mia.

Bline lo seguì per le scale, fino in camera, sedette nella sedia indicatagli da Sweeney, quella scricchiolante, che gemette sotto il suo peso.

Sweeney si accomodò sull’orlo del letto e, guardando il giradischi, disse: — Un po’ di musica, mentre parliamo, capo?

— Diavolo no, dobbiamo parlare, non cantare duetti. E spetta a me fare le domande, Sweeney.

— A che proposito?

— Potete già immaginarvelo. Per esempio, non credo che vi ricorderete dove vi trovavate nel pomeriggio dell’otto giugno, no?

— No, non lo ricordo. A meno che non fossi a lavorare. Ma anche in questo caso non saprei se mi trovavo a scrivere o se ero fuori per un servizio. Tranne che… forse, se ero a correggere le bozze delle ultime edizioni della sera e delle prime del mattino, potrei rintracciarle e ricordare quali mi sono passate sotto le mani.

— Non ve ne è passata nessuna: quel giorno non lavoravate. Ho già controllato al “Blade”.

— Allora tutto quel che posso dirvi è quel che ho probabilmente fatto, ma non sarà molto. Probabilmente ho dormito fino a mezzogiorno, ho passato la maggior parte del pomeriggio qui a leggere o ad ascoltare dischi, e probabilmente la sera sono uscito a bere qualcosa e a fare una partita. O forse sono andato al cinema o a un concerto. Quest’ultima parte potrei forse anche controllarla, ma non il pomeriggio, e credo che sia proprio il momento che vi interessa.

«Nessuna speranza nemmeno per la prossima domanda che state per farmi, capo. Il primo agosto. Sa Dio dove mi trovassi in quei due giorni, tranne la certezza che ero a Chicago. Che io sappia, nelle ultime due settimane non sono stato fuori città.»