Bline disse: — Guerney è uno dei migliori tiratori del dipartimento. E anche il suo compagno, Kravich, che è al bar a guardare la gente che entra ed esce.

— Non l’ho notato.

— Ma lui ha notato voi. Quando siete entrato, l’ho visto scattare nella vostra direzione, poi, accorgendosi che io vi accompagnavo, si è fermato. Ero sicuro che non ve ne foste accorto.

— No, e ora silenzio… — pregò Sweeney. L’annunciatore era apparso sul palcoscenico (erano riusciti a ottenere un palcoscenico, per quanto piccolo, profondo otto piedi e largo dodici), per presentare in qualche maniera Iolanda Lang e la sua danza, ormai di fama mondiale, della «Bella e la Bestia».

Il discorsetto non meritava per la verità molta attenzione: l’annunciatore aveva rinunciato al suo spirito ironico ed era pateticamente idiota, pensò Sweeney. Cercò di non ascoltare l’orazione sul coraggio della brava, forte, piccola donna che si era alzata dal suo letto di dolore per obbedire al richiamo dell’arte e al desiderio del suo pubblico, per rivivere dinanzi a esso la più sensazionale e meravigliosa danza del mondo, con l’aiuto del cane più meravigliosamente istruito del mondo, il cane che era anche il più coraggioso, che aveva coraggiosamente salvato la vita della padrona, rischiando la propria, ed era anche stato colpito, ma coraggiosamente aveva… Sweeney non poté sopportare il seguito e disse a Bline: — Chi crede di presentare quell’imbecille? Giovanna d’Arco?

Bline sussurrò: — Ssst… — e Sweeney dovette prestare ascolto per altri quarantacinque secondi, poi, grazie al cielo, la storia finì: nulla può durare in eterno, nemmeno un presentatore con un’incredibile capacità drammatica. Le luci si abbassarono e la sala divenne silenziosa. Miracolosamente quieta come se le duecento persone trattenessero tutte il respiro. Avreste potuto udire distintamente lo scatto dell’interruttore, quando il riflettore si accese in fondo alla scala, proiettando sul palcoscenico un cerchio vivo di luce gialla. Tutti gli sguardi erano fissi su quel cerchio, a sinistra del palcoscenico. Un tamburo cominciò a battere in sordina e il suo ritmo costrinse Sweeney a rivolgere l’attenzione al trio orchestrale: non c’era più. Cioè, due terzi del trio erano scomparsi, il pianista e il sassofonista. Il batterista aveva abbandonato tutti i suoi strumenti e sedeva davanti a un solo grande tamburo, dal suono basso, con due bacchette dalle grosse teste imbottite.

“Bello” pensò Sweeney e si domandò se il merito di quell’innovazione andasse a Iolanda o al suo agente. Era un ritmo ossessivo, senza musica, poiché neppure il più rumoroso dei batteristi riuscirebbe a creare una melodia, con delle bacchette imbottite, fuori della portata dei suoi timpani e campanelli e piatti vari.

Il tamburo rimbombava con un lento crescendo, e la luce si oscurò del tutto: nell’oscurità avreste potuto cogliere l’ombra di un movimento, poi d’improvviso il cerchio giallo si riaccese luminoso, e Iolanda ne era al centro, immobile.

Era splendida, su ciò non esisteva possibilità di dubbio. L’immagine che Sweeney aveva conservato nella sua mente non era neppure vagamente esagerata. In quell’attimo pensò che Iolanda era la donna più bella che avesse mai visto e dal sospiro collettivo del pubblico comprese di non essere il solo a provare quella sensazione. Ma che cosa faceva, rifletté, una donna simile in un locale come quello, nella Clark Street di Chicago? Anche se non fosse stata capace di ballare…

Indossava un abito uguale a quello che l’aveva coperta nell’atrio, tranne che questa volta era nero e non bianco. Era anche meglio, notò Sweeney, nel contrasto di nero e bianco. Non aveva spalline e modellava carezzevole ogni curva del suo corpo.