Era a piedi nudi e l’abito era palesemente l’unico indumento che la copriva. Non portava né guanti, né bolero, né sciarpe, non vi era un passaggio graduale dal nero al bianco, alle spalle: sembrava che un lampo si sprigionasse, dall’abito alla carne.

Il tamburo batteva sempre.

L’avreste creduta una statua, e poi, tanto lenta che all’inizio non lo si notava, prese a muoversi, volgendo soltanto la testa.

E i vostri occhi dovevano seguire i suoi: allora vedevate anche voi, come lei, l’ombra accovacciata all’altro lato del palcoscenico: Demonio, il cane. Ma in quel momento non aveva più nulla del cane, era solo un demonio. Stava rannicchiato, le labbra tirate indietro in un silenzioso balenare di denti candidi, gli occhi gialli lucenti nell’ombra.

Il tamburo si abbassò fino a non udirsi quasi più. E in quel silenzio quasi assoluto, il cane ringhiò forte: fu lo stesso, preciso suono che Sweeney aveva udito due notti prima, che gli dava un brivido per la schiena e che glielo diede anche in quel momento.

Ancora mezzo accucciato, l’animale alzò una zampa rigida verso la donna, ringhiò di nuovo e si preparò a saltare.

Un improvviso movimento al tavolo costrinse Sweeney a distogliere lo sguardo dalla scena: nel medesimo istante la mano di Bline afferrava attraverso il tavolo il braccio di Guerney. Il poliziotto impugnava la rivoltella.

Bline mormorò rudemente: — Maledetto idiota, fa parte della scena. È istruito apposta per far così, non vuol farle del male.

Guerney bisbigliò in risposta: — Tanto per esser pronto. Nel caso che le saltasse addosso. Lo prenderei prima che le arrivasse alla gola.

— Metti giù quell’arnese, dannato imbecille, o ti butto fuori.