La rivoltella tornò lentamente nella fondina, ma Sweeney si avvide che la mano di Guerney restava appoggiata all’impugnatura.
Bline insisté. — Non fare il franco tiratore! Il cane le salta addosso perché è così nella scena, perdio!
La mano di Guerney uscì dalla giacca, ma rimase accanto al bavero. Gli occhi di Sweeney si volsero di nuovo alla scena, mentre un singhiozzo risuonava nel silenzio del pubblico. Era una donna al tavolo vicino al palco, che aveva emesso un grido strozzato.
Il cane spiccò un balzo. Ma anche la donna si era mossa di fianco e la bestia le passò accanto, una saetta scura, e si accovacciò di nuovo per ritentare il salto, mentre lei si riportava al centro della scena. Di nuovo, quando l’animale scattò, non c’era più. Sweeney si domandò se avrebbe continuato all’infinito così, ma non continuò: era l’ultima volta. Il cane, come se si fosse persuaso che non sarebbe riuscito a coglierla, si era accucciato in mezzo al palco, mentre lei gli danzava intorno, e la seguiva con lo sguardo.
La ragazza sapeva ballare; bene, se non magnificamente, e con grazia, seppure senz’anima. Il cane, senza più ringhii, si girava per non perderla di vista, coi suoi occhi gialli. Allora, presso la Bestia ormai domata, la Bella si inginocchiò e gli pose una mano sul capo: un ringhio ancora, ma la carezza fu tollerata.
Il tamburo riprese, a ritmo accelerato. E Iolanda si alzò con eleganza in piedi di fronte al pubblico, in mezzo al cerchio di luce gialla che già accennava ad abbassarsi, gradatamente, mentre il cane si alzava dietro di lei. Si sollevò sulle zampe posteriori, alto come lei, e mentre ricadeva a terra, i denti afferrarono il fermaglio della cerniera e tirarono.
L’abito nero cadde, all’improvviso, come quello bianco, ai suoi piedi.
Era incredibilmente bella, pensò Sweeney, benché fosse troppo coperta. Troppo coperta sul petto da una lievissima rete trasparente, a maglie larghe, diafana come l’aria, che sembrava accentuare invece che coprire la bellezza dei suoi seni; troppo coperta da un minuscolo cache-sex, che nella luce bassa poteva anche non esserci e alla cui esistenza si doveva credere per fiducia nella serietà della squadra del buon costume di Chicago; troppo coperta da un altro oggetto: un nastro adesivo nero di quindici centimetri, che si stendeva dall’ombelico al seno. E il contrasto di quel nero sul bianco accentuava la sua nudità, mostrandola ancora più nuda di quanto Sweeney l’aveva contemplata due notti prima.
Il tambureggiare pian piano si abbassò. Iolanda alzò le braccia, stendendo nel gesto i seni, e allargò le gambe; il cane entrò sotto quell’arco e rimase così, con la donna a cavalcioni sul dorso, e la sua testa si alzò per sfidare chiunque ad avvicinarsi a quella che era ormai sotto la sua protezione.
— Cerbero che sorveglia l’ingresso del paradiso — bisbigliò Sweeney a Bline.