Oltre l’etnee voragini fumose,
A cui perpetuo april le balze infiora,
Solcai dell’afro mar le strade ondose.

In porpora augural sorgea l’aurora,
Quando un’isola apparve al punto istesso
A me che meditava in su la prora;

Isola che in offrir facile accesso
L’Africa con l’Europa in sè marita,
A due parti del mondo uscita e ingresso;

Isola che bilingue e tripartita
Il passeggier nel suo cammin navale
Con quattro porti a riposarsi invita.

Già vi scendea del mio desir sull’ale,
Quando dall’alto udii voce tonante:
“Scrivi quel che vedrai, scrivi, o mortale!”

Levai sorpreso il pallido sembiante,
E scender vidi nuvola d’argento
Che agli occhi mi vibrò balen fiammante:

E dopo un giro vorticoso e lento
Un cittadin del ciel mi dischiudea,
E tal che ancor lo veggio, ancor lo sento.

Gran parte delle sfere onde scendea
Avea nel volto, e lunga fluttuando
Sfioccata barba al petto suo pendea.

Un pallio sinuoso e venerando
Lo panneggiava, e avea tra fiero e pio
Un libro in una man, nell’altra un brando.

All’inspirato suo decor natio
Riconobbi il maestro delle genti,
Vaso d’elezïon, lingua di Dio,