E ovunque alzando l’inspirata voce,
In faccia alla fremente Idolatria,
Rovesciò l’are e vi piantò la croce.
Or mentre trascorrea l’equorea via,
E ministra al vagante apostolato
Pellegrina la Fè meco venia,
Lo spirto delle tenebre sdegnato
Contro il mio pin che questo mar fendea
L’onde rimescolò col freddo fiato,
E dal nembo mugghiante in cui fremea
Stese il braccio nemico, e con furore
Negli scogli spezzò la prora achea.
Ma quel che impera ai venti alto Signore
Mi guidò fra quei semplici isolani
A dissipar le nebbie dell’errore.
E i varj ne fugai sogni profani,
Onde impresse vi avean larghe vestigia
Fenici, Greci, Punici, e Romani:
E la potenza eterea, equorea, e stigia,
Dei falsi dei, figli di reo consiglio,
Per me disparve da Melita e Ogigia.
Nè sol Giove, Nettun, Pluto, in esiglio
Mandai dall’are, ma Calipso istessa
Onde accolti quì furo Ulisse e il figlio.
E fin d’Ercole Tirio al suol depressa
Cadde l’imago, cara al volgo insano,
Che nei numismi ancor si vede impressa.
Quivi rettile reo mi morse invano,
Che dai sarmenti accesi in cui soffiava
Sbucò fischiando e m’addentò la mano;