E mentre a gonfio collo raddoppiava
Il morso in questa man, da me sospinto,
Spense nel foco la maligna bava.

Ciascun credea che di pallor dipinto,
Quasi iniquo omicida a Dio rubello,
Per quel velen cader dovessi estinto.

Ma sopra i giorni miei vegliava quello
Che salvi trasse i tre dalla fornace,
E dai leoni il giovin Danïello.

Ei volle questo suolo asil di pace,
Onde fe’ che per me restasse illeso
Dal tosco d’ogni rettile mordace.

Del portento insperato ognun sorpreso
Mi cadde al piè con supplicanti rai,
Come s’io fossi un dio dal ciel disceso.

E bene al guardo altrui tal mi mostrai,
Chè dalle genti estenuate e grame
Cento pallidi morbi allor fugai.

Di Publio udii le filïali brame,
Sì che a suo padre, in preda a morbo ingordo,
Dell’egra vita rannodai lo stame.

Tolsi a Morte l’acciar di sangue lordo,
Sordi e muti guarii, con tal portento
Che il muto lo narrò, l’intese il sordo.

Corser d’allor ben cento lustri e cento
E sempre questi resi almi confini
Asili dell’industria e del contento.

E vigilando ognor sui lor destini
Nel successivo imperversar degli anni
Scacciai Goti, Normanni, e Saracini.